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di Giuseppe Franzè

Fu nel 1715 che aprì i battenti il nuovo Concio di Lo Cino per la produzione della pasta di liquirizia.

Infatti, già da tempo, il duca Agostino III Saluzzi coltivava l’ambizioso disegno di realizzare un impianto agro-industriale nel suo grande feudo ed il suo ottimismo fu legittimato dall’immediata affermazione della pasta di liquirizia, anzitutto nel nord Italia (Venezia in particolare), per cui furono fatti ulteriori investimenti, specie dopo il 1737, per introdurre nuove tecnologie ed incrementare la produzione in piena sintonia col trend ascensionale della domanda. Dopo il suo arrivo a Napoli in data 6 gennaio 1768, Giovanni Attilio Arnolfini, autorevole esperto di idrografia, il 19 aprile giunse a Corigliano ed il giorno dopo si recò al Concio della Lucina (Cino) ed annotò che la radice “si lava con acqua, si macina come le olive, si cuoce con acqua in una grande caldaia per ore otto, si spreme e si raccoglie il sugo; detto sugo si ricuoce per ore 24 e si forma una pasta molle, nera e simile alla cioccolata...” Giacomo II Saluzzo, duca di Corigliano dal 1747, che già aveva dato un notevole impulso allo sviluppo delle sue aziende con la costruzione della Taverna alla Schiavonea e della fabbrica dei panni al Carmine, aumentò del 18%, con nuovi investimenti, la produzione della pasta di liquirizia­. I Solazzi, attorno al 1770, realizzarono il Concio di Pendino, che ebbe uno sviluppo molto scialbo, a causa delle apparecchiature obsolete e lente. Cesare Malpighi dopo avere visitato il Concio dei Saluzzo, scrisse che “in vasta sala terrena v’ha la macina, lo strettojo e sopra un fuoco ardente delle immense caldaje. Nel piano superiore v’ha stanze con scaffali e altre dove stanno moltissime donzelle ... Si comincia per macinare la radice: così stritolata si pone a bollire; ridotta molle e cedevole si pone allo strettojo e si raccoglie il succo... .questo succo gettato nella caldaia si restringe finché non diventa pasta; così ridotta passa nelle mani delle donne che la tagliano in pezzi, li attondiscono, loro danno il lucido bagnando con le mani nell’acqua, e sopra ognuno imprimono il suggello della Casa..” Nel 1873, i Conci coriglianesi erano quattro e due di questi, dopo i cospicui investimenti decisi dal barone Luigi Compagna, vantavano impianti d’avanguardia.. (Le nuove caldaie avevano un doppio fondo in rame, per cui furono abbassati di molto i tempi di ebollizione. I cilindri per la spremitura sostituirono le vecchie strettoie). Da qui il raddoppio dell’occupazione. Con la morte prematura del barone Luigi Compagna, i Conci entrarono nel tunnel di una crisi irreversibile.

 

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