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di Giuseppe Franzè 

Su questa collina, per secoli, signoreggiava un grande bosco di cerri di proprietà dei Padri Basiliani del Pathire, che, da novembre a marzo-aprile di ogni anno, venivano a svernare nel vicino piccolo convento adiacente alla cappella di S. Maria della Jacina.

In alto, sulla cima del Cozzo del Vernuccio, alla fine del 400 i padri Basiliani costruirono un piccolo convento- ospedaletto, che chiuse durante la grave recessione anzitutto amministrativa e finanziaria dell’Abbazia del Pathire, quando furono dismesse molte delle sue proprietà terriere. L’Ariella non rientrò nei primi lotti delle dismissioni, perché i terreni circostanti avevano un buon indice di valorizzazione agricola e quindi garantivano una discreta rendita proveniente dagli uliveti, dai vigneti e dai Jardini, che si estendevano sino al torrente Coriglianeto. Ai piedi dell’Ariella serpeggiava la carreggiata della strada di Lecco verso Rossano, mentre la Cappella della Jacina ed il Convento dei Cappuccini erano collegati con semplici mulattiere. La Badia, costruita nel Seicento accanto alla chiesa di S. Luca sul Serratore, divenne la residenza dei Basiliani più culturalmente evoluti e la piccola residenza della Jacina fu riservata ai monaci meno alfabetizzati, che si interessavano in prevalenza della gestione economica di alcune piccole aziende sopravvissute alle folli vendite del grande patrimonio terriero dell’Abbazia. Sul pianoro dell’Ariella, questi monaci organizzarono per decenni nel mese di maggio grandi ed assortiti banchetti di ringraziamento alla presenza dei loro benefattori e dei fattori delle loro aziende. Tra le specialità gastronomiche primeggiarono sempre il pollo arrotolato nella creta e cotto alla brace su mattoni di terracotta ed il cinghiale del Pathire di pochi mesi arrostito in una capanna di rami secchi con legno di ulivo e rami resinosi di pino per insaporire la carne con l’affumicazione. Altra ineguagliabile leccornia le forme di formaggio pecorino, che venivano forate all’interno per poi inserire frammenti di ricotta affumicata. Il vino rosso era quello frizzante di Viscano della Jacina ed alla fine, dopo ore di abbuffate, i monaci servivano ciotole di tisane fatte con le loro erbe digestive del Pathire. La tradizioni di queste pietanze fu apprezzata e continuata dai buongustai coriglianesi proprio in occasione del primo maggio e sempre all’Ariella. Tra gli appassionati di questi “incontri gastronomici” anche il prof. Francesco Maradea e Vincenzo Zampini.

 

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