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di P. Giovanni Cozzolino, O. M.

Come ho già scritto più volte affrontare il tema delle Origini di San Francesco di Paola e sulla Famiglia Minima da lui fondata è davvero faticoso e comporta delle scelte da fare, per cui affronterò il presente lavoro non da storico o iconografico "puro", ma volendo dare una certa veridicità alla tradizione perché non tutto ciò che è scritto è storico ma anche la tradizione è storica, ovviamente tenendo fermi alcuni punti certi della storiografia.

Certo terrò presente tutte le innovazioni storiche al riguardo da me conosciute e che partono dal 1967, quando il P. Alessandro Galuzzi, scrivendo sulle Origini dell' Ordine dei Minimi, ha dato una svolta storica nel vero senso della parola, mi atterrò alle Fonti Minime e a ciò che di innovativo dal Galuzzi in poi è emerso storicamente, In sintesi, è la capacità di intel - ligere, cioè entrare nella mentalità del santo e dare fondamento storico a tanti eventi che spesso e con superficialità vengono messe subito da parte e considerati tradizioni o leggende inventate dalla gente.  In questo annuncio, sulla iconografia del nostro Santo, che in questo V Centenario della sua Canonizzazione avvenuta il 1 maggio 1519, si è voluto disvelare come “santo vivo” nel ritratto custodito nel Santuario di Corigliano Calabro, ove i miei occhi si sono soffermati sul portaocchiali del nostro Santo, cosa sfuggita a tanti studiosi che riporta la seguente scritta, con la quale l’artista ha voluto sigillare il tutto: Florentino Id Pinsit Bastiano de factum – 1483, che tradotta da un latino particolare del 1400, vuol dire: Florentino ciò dipinge come prova per riprodurre in più copie. In base a ciò, formulerò le mie riflessioni sulla veridicità dell’evento che sa di straordinario! Il 1483 di San Francesco di Paola - Pur avendo profetizzato tempo addietro ai suoi religiosi che sarebbe stata volontà di Dio inevitabile che lui partisse per una terra lontana dalla lingua e sconosciuta (aveva 67 anni) rifiutò categoricamente l’invito di Luigi XVI, perchè nonostante il progresso materiale e spirituale che la sua famiglia religiosa aveva acquistato nel corso di tutti quegli anni, parecchie situazioni erano rimaste ancora insolute prima fra tutte la questione di una Regola o di uno statuto ancora da approvarsi da parte dell’abortità ecclesiastica che cominciava a causare un certo senso di sfiducia da parte di non pochi frati che prospettavano addirittura il passaggio verso un altro Istituto religioso. La situazione generale della congregazione presentava, poi, una panoramica per la quale sarebbe stato molto sconveniente e forse anche pericoloso per il suo buon andamento se il loro Fondatore fosse stato assente. Il diniego deciso e perentorio di Francesco fu reiterato anche quando il re Luigi XVI chiese l’appoggio del re di Napoli Ferrante di Aragona, che inviò appositamente alcuni messi a Paterno Calabro con l’intenzione di convincere Francesco ad accogliere la richiesta di Luigi XI.  Finalmente il monarca francese ottenne l’aiuto del papa Sisto IV che per lui si rivelò molto utile e determinante: il pontefice, che era fra quelli che intanto stavano ostacolando Francesco nell’approvazione della sua Regola, inviò una serie di comunicazioni scritte all’eremita nelle quali questi veniva tassativamente esortato sotto pena di censura canonica ad ottemperare immediatamente alle richieste del re Luigi XVI .  Francesco veniva invitato a mettersi in viaggio quanto prima possibile e ad attendere alle richieste del re di Francia. Con molta probabilità̀ il papa Sisto IV aveva ritenuto opportuno costringere Francesco anche in virtù di un preciso obiettivo di risanamento dei rapporti alquanto tesi fra il regno di Francia e la Santa Sede per cui le relazioni diplomatiche fra i due uomini andavano riconciliate. A Francesco non restò altro da fare se non rimettersi alle severe disposizioni di Sisto IV. Tutti gli agiografi sono concordi nel riportare che la decisione di Francesco fu molto sofferta, anche perché́ prevedeva che si sarebbe trattato di un lungo viaggio senza ritorno: non avrebbe più rivisto la sua amata Calabria- Salutata a Paola la sorella Brigida e il nipote, i confratelli di Paola, Paterno, Spezzano e di altri l’ormai anziano Eremita, pur essendo di comunità a Paterno, in realtà parte da Corigliano Calabro e Francesco si mette in viaggio alla volta della corte di Francia il 3 febbraio 1483 , all’età di 67 anni, accompagnato da altri tre frati che il Roberti individua nel P. Bernardino Otranto, P. Cadurio e Fra’ Nicola D’Alessio- Gli emissari del re di Francia che partirono precedendolo a Napoli, preferendo Francesco e i suoi confratelli camminare a piedi, seguendo un percorso montuoso alternativo alla via del mare, in compagnia di un asinello di cui avrebbero fatto uso quando si fossero stancati del cammino: è il suo modo di essere eremita viandante sempre! Un ruolo fondamentale in questo viaggio e nell’incontro con Re Ferrante, l’hanno Girolamo Sanseverino e Mandella Gaetani per l’incontro che si preannunciava teso con Re Ferrante. La comitiva, salutata da una lunghissima fiumara di gente che saputa la notizia della partenza di Francesco era accorsa a salutarlo commossa e dispiaciuta, raggiunse non senza fatiche e difficoltà̀ la zona della catena montuosa del Pollino che segna i confini fra la Calabria e la Basilicata. Dalla sommità̀ di uno di quei monti che formano la catena, Francesco si soffermò ad osservare amorevolmente la regione che gli aveva dato i natali e che lo aveva cresciuto e formato invitandolo in una grotta, benedicendo quella terra che conservava molte ansie e molte speranze che gli aveva regalato innumerevoli elargizioni umane e spirituali. Lo sguardo fu molto attento, benedicente e denso di commozione poiché́ misto a consapevolezza che egli non sarebbe più tornato a calpestare quei luoghi così̀ ameni e generosi anche se non privi di contrasti e di tensioni: prevedeva che il suo viaggio verso l'Oltralpe sarebbe stato senza ritorno e che non avrebbe più avuto la preziosa opportunità̀ di tornare ad interagire con la gente con cui si era configurato per condividerne le fatiche e le emozioni. Coltivava tuttavia la fiducia che il Signore non avrebbe mai abbandonato quei luoghi e che egli stesso li avrebbe un giorno benedetti dalla dimensione della gloria celeste nella quale sarebbe stato assunto. Sulla roccia di quel monte dove posò i piedi per rivolgere il suo sguardo attento e caloroso sono rimaste indelebili alcune impronte. Riprendendo il cammino, il piccolo gruppetto raggiunse la località̀ di Castelluccio in provincia di Potenza dove Francesco incontrando un viandante al quale chiese un po’ di vino e questi non ne aveva fece trovare miracolosamente la botte piena. Da qui si passò a Lauria, dove avvenne un altro miracolo considerevole per la storia della vita del Paolano: consumatisi i ferri ai piedi dell’asinello di nome Martinello che la comitiva portava con sé, Francesco si rivolse a un maniscalco della zona che provvide a sostituirglieli per intero. A lavoro eseguito, l’artigiano chiese di essere pagato, ma Francesco fece notare che non possedeva denaro e si appellò alla carità di quell’uomo, che invece cominciò ad imprecare. Al che Francesco invitò Martinello a restituire i ferri che gli erano stati messi agli zoccoli con possenti saldature. Al che l’asinello con un semplice strattone lasciò cadere i ferri sul pavimento davanti allo stupore del maniscalco che adesso chiedeva, mortificato, di eseguire nuovamente il lavoro gratuitamente. Cosa che non gli fu permessa. Giunti a Polla, i frati furono ospitati nella casa di una caritatevole donna dove passarono la notte e alla quale Francesco, come segno di ricompensa, lasciò il suo ritratto disegnato con il carbone su una parete di casa! Nel congedarsi da Salerno, Francesco da Polla si arrivò a Salerno dove la comitiva fu accolta dalle ovazioni di una folla molto eccitata ed entusiasta e venne ospitata dalla famiglia Capograsso costituita da due coniugi che non avevano avuto il dono di figli e ai quali Francesco profetizzò che avrebbero presto molti figli ma raccomandava che al primo di essi si desse il nome di Francesco Maria. A Cava dei tirreni venne invitato a porre la prima pietra per l’edificazione di una chiesa del SS. Nome di Gesù e operò diversi miracoli di guarigione. Finalmente, il 27 febbraio, Francesco e i suoi compagni giunsero, tanto attesi, a Napoli, dove intanto erano giunti ormai da diversi giorni gli emissari del re Luigi XI alla corte del Re Ferrante, nonché i Sanseverino. Il popolo partenopeo accolse con grande clamore e concitazione il Paolano che fece ingresso nella capitale del Regno dalla porta Capuana mentre la folla, trattenuta a stento, faceva ala al corteo dello stesso frate accompagnato dai suoi confratelli, esaltando la sua persona, le virtù e il dono dei miracoli. Si trattava del popolo che aveva sempre confidato nella bontà del frate calabrese, nella sua spontanea generosità̀ e nel suo impegno per la giustizia e per la pace e che adesso gli stava esprimendo gratitudine e riconoscenza attraverso un’accoglienza degna delle più alti personalità̀ politiche o ecclesiastiche.  A porta Capuana i quattro religiosi trovarono ad accoglierli anche il Re Ferrante d’Aragona, il monarca con il quale Francesco aveva avuto attriti e occasioni di inimicizia e con il quale i rapporti non si erano ancora del tutto stabilizzati a motivo dell’insistenza del frate paolano sulla necessità che il monarca assumesse un comportamento politico atto a favorire la causa dei piccoli e degli umili del popolo. Adesso il Re Ferrante confidava che la presenza di Francesco e il suo viaggio verso la corte di Plessis le Tours potesse costituire uno sprone alla salvaguardia della stabilità del paese soprattutto attraverso una particolare mediazione diplomatica con Luigi XI che aspirava ad interferire nelle questioni di successione al trono aragonese. A Ferrante stava a cuore anche che la Francia si disponesse ad appoggiare Napoli nell’eventualità che i Turchi assediassero nuovamente il territorio. La presenza del frate sarebbe stata pertanto producente in ogni caso. Francesco e i suoi vennero accompagnati presso il palazzo reale di Napoli. Il Paolano avrebbe preferito alloggiare nell’allora piccolo convento che ospitava alcuni suoi religiosi sul declivio di un colle sperduto e desolato ma dietro le continue insistenze del re accettò l’ospitalità̀ negli appartamenti regi. La permanenza di Francesco alla corte del Re di Napoli si protrasse per alcuni giorni e fu caratterizzata da avvenimenti emblematici che sconvolsero i presenti ma che non mancano ancora oggi di richiamare l’attenzione sui determinati valori che anche l’attualità̀ sembra svilire o non considerare con la giusta attenzione: invitato a prendere posto a tavola con i suoi confratelli, Francesco ricevette una portata a base di pesce fritto e dopo che ebbe benedetto tutti quei pesci cucinati a dovere essi ritornarono prodigiosamente in vita sotto gli occhi inebetiti degli astanti e furono deposti in due recipienti dentro i quali iniziarono a guizzare. Il frate paolano spiegò che come lui aveva ridato la vita a quei poveri esseri marini, così̀ era necessario che si restituisse la libertà a tante persone rinchiuse nelle carceri del regno. In una seconda occasione Ferrante d’Aragona offrì al Paolano un vassoio colmo di monete d’oro. Francesco ne osservò il contenuto, raccolse una moneta dal mucchio, la spezzò con le dita e da essa scaturì copioso sangue! In questa occasione della sosta a Napoli del Taumaturgo, durante il viaggio verso la Francia e che Ferrante non potendo ottenere che Francesco posasse davanti a lui, mise in atto l’espediente di ritrarlo attraverso uno spacco eseguito sulla porta del domicilio dove alloggiava. Dalla lettura iconografica dell’opera, emerge uno svolgimento tardo quattrocentesco, sicuramente non di carattere mediterraneo, bensì rivolto a una cultura di temperie di temperie fiorentina: negli ampi panneggi del saio, dettagliati nella caduta colonnare che mostrano attinenze con la componente fiamminga -, nel viso caratterizzato dal naso adunco, nella barba dipinta con dovizia di particolari, nelle grandi mani e nei piedi che calcano zoccoli di legno. L'insieme richiama un aspetto integrante di una parte della pittura del '400, che evoca un gruppo di artisti appartenenti all'orbita del Ghirlandaio. Pertanto la scritta può essere interpretata come la firma di Sebastiano Mainardi, allievo e cognato del Ghirlandaio. Tenuto conto che nella seconda meta del XV secolo nella capitale aragonese erano attivi vari architetti, pittori e scultori fiorentini, la datazione assegnata agli anni ottanta del Quattrocento del dipinto di cui si parla, risulta verosimile MAINARDI (Maynardi), Bastiano (Sebastiano). - Nacque il 23 sett. 1466 a San Gimignano, da Bartolo e da Oretta Griselli e morto a Firenze nel 1513. Quando fa questo ritratto ha 23 anni, è un tipo estroso e curioso e spesso si pittura nelle sue opere: nel nostro caso si intravvede sulla cocolla del santo un volto giovanile, guardando di sbiego il ritratto: mi trovo d’accordo con il P. Rocco Benvenuto quando afferma che questa immagine di Corigliano lascerebbe, dall’attento e minuzioso esame realizzato da Giorgio Leone nel 2007, cadere la tesi secondo la quale questa di Corigliano è copia della Santissima Annunziata(detta di San Francesco) in Montalto Uffugo: in realtà è il contrario ed anche in ciò si vede il coinvolgimento dei Sanseverino, che la danno ai Minimi di Corigliano e custodita in Convento ed esposta in chiesa nel 1513 quando il Papa ne permette la venerazione al culto ai Minimi e, poiché a Corigliano vi è questa tela (e non tavola!) preziosa, viene esposta al culto, aggiungendovi soltanto la scritta “Beatus Franciscus de Paula”, mentre a Montalto viene donata da Ferrante, figlio naturale del Re Ferrante, nel 1516, quando viene edificato il convento dei Minimi: ciò ha creato più clamore e ed è la più conosciuta da molti storici e artisti, mentre sono state ignorate quelle di Corigliano Calabro e di Bagnara (ove regnavano i Sanseverino e i Ruffo di Calabria). L’esistenza di due immagini del nostro Santo ha portato molta confusione negli studiosi, per cui mentre questa immagine viene ignorata dalla maggior parte e partono direttamente da quella realizzata dal Bourdichon nel 1507 (Amato), in altri come il Fiot e Giorgio Leone crea problemi ed entrambi si contraddicono negli stessi scritti, ed anche negli storici Minimi: nel 1519, per uscire da questa confusione, da re di Francia viene mandata a Papa, quella del Bourdichon con l’aggiunta “Vera effige”, scritta che sarebbe stata inutile e che, comunque, conferma l’esistenza di due effige del nostro Santo: quella ‘dal vivo’ del 1483, e quella da “morto” del 1507! A fine Marzo il nostro Santo arriva in Francia, converte il re Luigi XI, che muore a giugno e con la lettera del 6 giugno nomina Girolamo Sanseverino procuratori del Eremi calabresi. Dopo la congiura dei Baroni nel 1485 contro Re Ferrante, i Sanseverino si rifugiano in Francia dal nostro Santo, ma nel 1486, perdonati, sono di nuovo nel regno di Napoli, e a loro il nostro Santo scrive la sua lettera più bella teologicamente e socialmente, con esplicito riferimento all’amore alla pace e al bene comune!

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