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Sanità: ancora una volta si mortifica l'area Jonica e non si tiene in alcuna considerazione la fusione fra i comuni di Corigliano e Rossano. È quanto sembra emergere dall'ultimo atto aziendale dell'Asp, proposto dal direttore generale Raffaele Mauro, approvato dal commissario alla sanità regionale, Massimo Scura, al terzo tentativo.

Mauro evidentemente non è riuscito a resistere alle sollecitazioni pervenute da più fronti, tutti concordi sull’idea di tutelare alcuni interessi, tesi ad affossare chirurgicamente la Piana di Sibari. Ci saremmo aspettati da Mauro una maggiore attenzione ai problemi e, soprattutto, un tentativo di colmare il gap esistente tra la nostra sanità e quella di altre realtà, cercando di garantire l’universalità del diritto alla salute, come bene comune e pubblico. Invece, purtroppo, niente. "L’ultimo rapporto verifica degli adempimenti LEA pubblicato sul sito del Ministero della salute, ha collocato la Calabria all’ultimo posto delle regioni d’Italia per il rispetto dei LEA. In Calabria ancora oggi non sono garantiti i livelli minimi di assistenza con una conseguente situazione di emergenza sanitaria e smantellamento dell’offerta sanitaria. Gli ospedali della nostra provincia sono ritenuti luoghi pericolosi e le infinite liste d’attesa, così come i tempi d’attesa, sono tra le motivazioni alla base della sfrenata mobilità passiva esistente, con costi elevatissimi anche per banali trattamenti. L’esperienza nei Pronto Soccorso è raccontata quasi quotidianamente come mortificante luogo di abbandono, dove si perde la vita, dove gli ammalati sono ammassati senza alcuna dignità nella promiscuità più totale, in attesa e nella speranza che arrivi al più presto il proprio turno…”.   Tutto questo noi oggi lo affermiamo e denunciamo, ma quelle riportate non sono parole nostre: le abbiamo riprese testualmente dalla prima proposta di atto aziendale (quella del 29 agosto 2016). Un’ analisi cruda e realistica. Tutto vero, tragicamente vero, come diversi recenti episodi hanno confermato. Ma Mauro, che affermava tutto ciò ed è Direttore Generale dell’ASP da quasi due anni, non ha fatto nulla per modificare lo stato delle cose. Ed i politici regionali di maggioranza, che si rendono conto dell’involuzione che sta subendo questo territorio sul piano dell’offerta sanitaria sotto la loro guida, tentano di rinnegare le proprie gravi responsabilità, invocando a gran voce, soprattutto sui giornali, una commissione d’inchiesta sulla sanità cosentina, sapendo bene che non è altro che una perdita di tempo e non si arriverà ad alcun risultato concreto. Ma ritorniamo all’Atto aziendale. Da una prima lettura, emergono contraddizioni e perplessità, con previsione di nuove strutture, che non sembra possano portare alla soluzione dei problemi e ad un miglioramento in termini di servizi erogati, a scapito di altre: il sospetto di un uso clientelare delle prerogative aziendali attribuite c’è tutto. Concretamente, dobbiamo rilevare un gravissimo errore, uno sbaglio metodologico: si fa un’analisi del territorio essenzialmente limitato ai dati ISTAT di popolazione. E’ curioso che, anziché ricorrere ai dati aziendali, visto che esistono una Struttura Complessa di Programmazione e Controllo di Gestione ed una Struttura Complessa di Epidemiologia, che dovrebbero essere in grado di fornire una serie di informazioni, si utilizzino solo i dati ISTAT, senza considerare altri possibili indicatori, per esempio la dotazione organica, le prestazioni preventive, curative e riabilitative erogate dalle attuali strutture aziendali, o i dati epidemiologici dettagliati geograficamente e storicamente, in un territorio tanto vasto qual è quello provinciale. Basta ripercorrere l’iter approvativo dell’Atto aziendale per evidenziare come non ci sia alcuna idea di futura sanità. Emblematica è l’organizzazione distrettuale, che dovrebbe tener conto delle variabili geografiche e socio-demografiche, del sistema viario e di trasporto, delle dimensioni dei fattori produttivi presenti e della loro distribuzione (sedi, prestazioni erogate, personale). E dovrebbe prevedere la partecipazione attiva dei cittadini, come singolo e come collettività, alle definizioni delle scelte che riguardano la loro salute. La prima bozza di atto aziendale, paradossalmente, prevedeva un aumento di spesa, con il passaggio del numero dei Distretti da 6 a 7 e la riorganizzazione degli ambiti territoriali in maniera che potremmo definire rivoluzionaria oltre che bizzarra, creando tra gli altri il Distretto Rende/Rogliano (due isole con in mezzo il distretto di Cosenza). Bocciata questa prima ipotesi, la seconda bozza prevedeva 6 Distretti, ma oltre alle “isole” Rende/Rogliano, ne nascevano altre due (Acri/Ionio sud, con Rossano aggregato ad Acri, Bisignano, Rose e Luzzi), mentre Corigliano doveva essere accorpato a San Marco Argentano e Trebisacce al Pollino. Dopo una notte di ripensamenti, l’11 novembre veniva pubblicata la terza bozza, con la nascita dei distretti Corigliano-Trebisacce, Rossano-Acri, Cosenza-Rogliano, Rende-Media Valle Crati, Castrovillari-San Marco e Tirreno. Anche in questo caso ecco la bocciatura, richiesta dalle Amministrazioni comunali di Acri e Santa Sofia d’Epiro, unico caso in cui i cittadini sono stati sentiti. Oggi, vengono presentati i nuovi Distretti, completamente disomogenei: Rossano con 14 Comuni e 70.000 abitanti, Cosenza con 38 comuni e 160.000 abitanti. Ma tutti con una stessa organizzazione. Esiste un criterio, una logica, in questa visione, o si considerano le popolazioni dei numeri? Oppure, come noi crediamo, si assecondano gli umori di qualche referente politico locale che anziché al territorio pensa ai propri interessi elettoralistici? Certo è, che le proposte sono state tante, ma emerge un’unica verità: Rossano e Corigliano non devono stare insieme; quella di dividere un territorio omogeneo per caratteristiche, con un minimo di viabilità, che dovrebbe avere un Ospedale Spoke di riferimento, che sta facendo sforzi nel tentativo di ottenere una fusione ostacolata da più parti, è la sola logica che noi intravediamo. Rossano e Corigliano insieme fanno paura, devono essere per forza tenuti separati. Questa è la spiegazione. Secondo noi, visto che viene invocato il risparmio come parametro essenziale, sarebbe bastato prevedere una organizzazione distrettuale territorialmente riferita alle vecchie Asl, con qualche piccola modifica (accorpando per esempio l’ex distretto di Trebisacce al Pollino), e dividendo l’ex Asl di Cosenza in due (Rogliano/Cosenza e MVC/Rende/Acri), per avere distretti omogenei, con una viabilità di collegamento, con Ospedali di riferimento per ogni Distretto e con popolazioni di consistenza tale da rispettare i parametri dalle linee guida regionali. Ciò avrebbe, forse, meglio giustificato il malcelato tentativo di accontentare i clientelari appetiti di qualcuno. Sui Dipartimenti ci sarebbe molto da dire. Ma evitiamo polemiche, limitandoci a prendere atto dell’organizzazione prevista, che resta teorica, senza alcuna conoscenza dei bisogni della popolazione. I dipartimenti vengono organizzati sulla carta, senza collegamento con i territori. Prendiamo ad esempio la proposta relativa alla prevenzione: per l’area dell’assistenza collettiva si prevede un accentramento spinto, con una UOC e due UOS (quando previste) per ogni Servizio e la scomparsa di ogni riferimento a livello locale, con un depauperamento delle attività in periferia. Che dire del fatto che se un cittadino deve recarsi all’estero per lavoro, da Rossano deve andare a Cetraro (4 ore di macchina e senza possibilità di mezzi alternativi), unico centro individuato per le vaccinazioni internazionali? E cosa pensare di alcune unità operative (UOC Medicina Sociale dei Migranti, UOS Psichiatria Forense, UOSD Tossicologia Preventiva, UOC Sviluppo e Governo dei Percorsi Diagnostici Terapeutici Assistenziali, ecc), duplicazioni di funzioni già previste e istituzionalmente assegnate ad altre U.O., ideate non si sa da chi, non previste dalle Linee Guida regionali, probabilmente costruite “su misura” per qualcuno, passate da un dipartimento all’altro nelle varie proposte di atto aziendale, ma ostinatamente presenti  fino all’approvazione finale? Avremmo voluto vedere nell’Atto aziendale qualche novità per quanto attiene alle prestazioni di diagnosi e cura, cioè l’Ospedale. Come novello Pilato, il direttore generale si limita a riportare alcune indicazioni regionali e non fa nessuno sforzo per cercare di porre rimedio ai guai attuali. Non c’è alcun riferimento ai posti letto e all’allocazione geografica dei reparti. Ogni indicazione, presente nella prima stesura di Atto Aziendale, è scomparsa. Ci chiediamo, ricordando che in base ai parametri regionali di popolazione questo territorio dovrebbe disporre di circa 500 posti letto per acuti: ma i 225 posti letto (sulla carta) dello Spoke Rossano-Corigliano sono confermati? O si procederà a qualche ricollocazione, per esempio a Praia a Mare, per ottemperare alla sentenza del Consiglio di Stato, che ha reinserito il presidio tra quelli della rete ospedaliera? L’Ospedale di Trebisacce, prima CAPT, con 10 posti di lungodegenza e 20 di RSA medicalizzata (che in effetti non ci sono), per come previsto dal DCA 64/2016, avrà la sua Medicina Generale e la Chirurgia, o saranno sottratti altri posti letto e risorse allo Spoke Rossano-Corigliano?  E quando avverrà questa trasformazione da PPI a Ospedale disagiato? Siccome la memoria mi assiste,ricordo la notizia sui giornali del 23 marzo 2017 della riunione tra i vertici della Regione, quelli dell’Asp e del Comune di Trebisacce, nella quale è stata sancita tale trasformazione, ma eravamo in periodo di campagna elettorale: dovremo aspettare le nuove elezioni? A queste domande nell’Atto aziendale non troviamo risposte, e la sua fumosità stimola i nostri sospetti.  Non è più possibile continuare ad aspettare il “nuovo ospedale”. Personalmente ritengo che non si farà, ma spero di essere smentito, nonostante l'ennesima presentazione in pompa magna del progetto, al Castello ducale lo scorso 24 novembre 2016.  Non mi accontento solo delle parole, purtroppo non sono affatto soddisfatto, perché i lavori ad oggi non sono iniziati (e sono sicuro che se inizieranno sarà solo poco prima della prossima campagna elettorale, ma non sono certo sulla loro conclusione) e perché le strutture esistenti stanno andando incontro ad un progressivo inarrestabile degrado, in assenza di adeguata manutenzione. E’ urgente mettere in sicurezza le attuali strutture,dobbiamo avere garanzie che in ospedale non si rischi la vita. Ed è obbligo di chi amministra garantirci tale diritto, con atti concreti, non con parole. Perciò non condividiamo un Atto aziendale che non modifica di un millimetro l’attuale situazione, che gioca sulle singole pedine, piazzandole a piacimento, senza una strategia complessiva, che secondo noi nasce male, nelle segrete stanze e su spinta di qualcuno e non basato sui bisogni della gente. Non lo condividiamo e continueremo a vigilare, affinché gli interessi di pochi non prevalgano sui diritti della collettività, ricorrendo ad ogni forma di lotta e di denuncia qualora chi ne ha il dovere continuasse a rimanere inerte rispetto alle giuste rivendicazioni della gente. In tutto questo marasma sanitario, la fusione dei comuni di Corigliano e Rossano potrebbe mettere la pietra tombale su queste situazioni paradossali. Una nuova, grande e più importante città della provincia, la terza in Calabria, non sarà "smembrata", come stanno facendo oggi, così facilmente. Mi chiedo se i sindaci di Corigliano e Rossano sappiano queste cose. Di certo il mio appello non è rivolto a Mascaro. In un anno il primo cittadino Rossanese non è riuscito a convocare formalmente a Rossano il presidente della Regione Oliverio per discutere di sanità territoriale poiché sempre troppo impegnato in inaugurazioni e sfilate.

 Ernesto Rapani- Portavoce Fratelli d'Italia-Alleanza Nazionale Calabria

 

 

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