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ESAMINIAMO il  GIGANTESCO FAMOSO “POSTER”  DI PICASSO (non è un quadro ma un manifesto in bianco e nero).

ATTENZIONE: L'UOMO A TERRA  CON IN PUGNO CIÒ CHE RESTA  DI UNA SPADA,SECONDO LA VULGATA DI SINISTRA  RAFFIGURA "UN SOLDATO CADUTO SOTTO I FEROCI BOMBARDAMENTI NAZIFASCISTI" E, SECONDO LA CRITICA PIÙ RIGOROSAMENTE COMUNISTA (democratica e socialitaria) NON PUÒ CHE ESSERE UN MILIZIANO ANTIFRANCHISTA. MA DOVE, MA QUANDO. (Addirittura,non ne era al corrente nemmeno  Picasso che dovette apprenderlo da Carlo Giulio Argan, il famoso critico d’arte, quello che garantì, come autentiche opere di Modigliani, quelle teste scolpite col martello pneumatico, che un gruppetto di allegri studenti burloni e buontemponi fece “scoprire” nel greto di un torrente a Livorno). Picasso aveva quasi ultimato un poster con l’intento di commemorare la morte del suo amico, il torero Joselito, morto sotto il “bombardamento” delle... ”cornate” del toro salvo, poi, cambiargli il titolo in GUERNICA, per venire incontro alle richieste dell’UNIONE SOVIETICA, tramite il governo comunista spagnolo, che gli aveva commissionato un’opera che  denunciasse al mondo la “ferocia dei bombardamenti nazifascisti sulla popolazione inerme”. Picasso fidando, giustamente, nella incomprensibilità dei suoi strani "ghiribizzi", buoni per  tutte le "stagioni" e per l’ormai scontata imbecillità dei critici e di quel vasto pubblico di "intenditori", capaci di apprezzare e magari acquistare qualsiasi cacata, intendo proprio la merda, purchè firmata Picasso.Tanto, poi, ci avrebbero pensato i critici ad attribuirgli le appropriate "ispirazioni". Siccome il compenso sovietico era cospicuo e siccome Picasso era sempre avido di soldi (fossero franchi, dollari o rubli ) e, siccome non aveva “tempo da perdere”, non gli costò nulla cambiare titolo al poster e invece che a Joselito fu dedicato a ...GUERNICA. Bastò aggiungere una  lampadina accesa, quella che campeggia in alto, nel poster, riuscendo a far fesso persino un delinquente feroce, agguerrito e smaliziato come STALIN. Dopo di che la schiera di stravaganti e stupidi critici è sempre pronta a dargli, con l'imprimatur, una giusta collocazione politica e...artistica. TENETE CONTO CHE PICASSO, OLTRE AD ESSERE UN PITTORE CUBISTA, ERA ANCHE UN CONVINTO  SIMBOLISTA CHE NON HA MAI DISDEGNATO DI RAFFIGURARE (anche se a modo suo e con l'intento di  “prendere per il culo”) GLI ELEMENTI PIÙ SIGNIFICATIVI  DEI SUOI SOGGETTI, SENZA MASCHERATURE (la colomba della pace doveva essere individuabile : una colomba. Per far felice Stalin). Un torero rimaneva un torero, anche se col naso al posto dell'orecchio. Una donna, sempre una donna, anche se col pube al posto della narice) QUEL SOLDATO, SE SOLDATO DOVEVA ESSERE, DOVEVA ESSERLO DI QUEL CONTESTO E NON DELL'EPOCA DEI GLADIATORI (il realismo sovietico). CHE SENSO AVREBBE AVUTO METTERE  IN PUGNO AD UN FANTOCCIO IN BORGHESE UN MONCHERINO DI SPADA (secondo gli sciocchi critici starebbe ad indicare che è un soldato. Ed allora,vivaddio, mettiamogli  in mano una pistola ed in testa un berretto con la stella rossa). SECONDO MOLTI "GRANDI" CRITICI, PICASSO, IN QUELLA SUA COMPOSIZIONE, SI ERA ISPIRATO  AL TEMA DELLA RAPPRESAGLIA, OPERATA DALL'INVASORE, SPLENDIDAMENTE RAFFIGURATA DA GOYA NELLA FUCILAZIONE DI PATRIOTI SPAGNOLI DA PARTE DEGLI OPPRESSORI NAPOLEONICI. MA LÌ, DAI VESTITI DEI MARTIRI E DALLE DIVISE DEI FUCILATORI SI CAPISCE BENISSIMO CHI È VITTIMA, DI CHI, E CHI AGUZZINO, DI CHI. MA VIA,SIAMO SERI. LA CRETINAGGINE, L'INSULSO ACCODARSI E LA COMODA E SICURA ASSUEFAZIONE ALLA VULGATA VINCENTE, A ME PROCURANO UN FASTIDIO... SE RIESCO A CAPIRE, MA NON A GIUSTIFICARE, L'AVIDITÁ DI QUEL MARPIONE DI PICASSO, ASSOLUTAMENTE  NON RIESCO A POTER SOPPORTARE QUEI POVERI DI SPIRITO CHE NON SANNO MAI METTERE INSIEME UN PO' DI IDEE PROPRIE E DEVONO RICORRERE, SENZA UN MINIMO DI SPIRITO CRITICO, ALLA  TRANQUILLA  COPERTURA DELLE STRONZATE DI CERTA CARTA STAMPATA. ASCOLTA, LETTORE, CHIUDI PER UN ATTIMO GLI OCCHI,  IMMAGINA DI ESSERE SULLE TRIBUNE DI UNA PLAZA DE TOROS, IMMAGINAJOSELITO MORENTE PER LE CORNATE DEL TORO, RIVERSO A TERRA,CON  IN PUGNO,  ANCORA, I RESTI DELLA SUA ESPADA, IMMAGINA LE URLA DELLA FOLLA ESTERREFATTA PER QUELLA TRAGICA SCENA,IMMAGINA ANCORA LE MANI LEVATE AL CIELO DELLE  DONNE “DOLENTI” (le prefiche) PER LA MORTE  DEL MITICO  TORERO, CERCA ANCORA DI RICORDARE I VERSI DI GARCIA LORCA PER L'ANALOGO PATHOS SUSCITATO DALLA MORTE DI IGNAZIO E, QUANDO APRIRAI GLI OCCHI, FORSE, FINALMENTE CAPIRAI L'ESSENZA DI QUEL "CAVOLO A MERENDA" CHE VUOL ESSERE QUELLA LAMPADINA (elettrica) ACCESA CHE ALTRO NON PUÒ ESSERE SE NON ... "IL NUOVO" CHE AVANZA IN CONTRAPPOSIZIONE AL "VECCHIO" (il lume a petrolio). Il tutto fa parte di una simbologia adottata dagli artisti sovietici quando volevano significare il nuovo "illuminante" che avanza ( il comunismo) contro il  vecchio che "non risplende più di tanto" (l'oscurantismo). In lingua russa: ”STAROE I NOVOE”, appunto come il titolo di film, di servile propaganda di regime, del regista Eisenstejn. IL TORO, per i critici “illuminati”, quelli un tanto al chilo, rappresenta il MINOTAURO, simbolo della feroce dittatura fascista, mentre noi, che fessi non siamo, sappiamo che voleva essere il toro che, con le sue cornate, abbattè JOSELITO. IL CAVALLO, col collo contorto,per i critici, sempre “un tanto al chilo”, vuol essere il popolo sofferente sotto il giogo della dittatura, ma noi, che fessi non siamo, sappiamo essere il cavallo de picadores, mortalmente ferito dal toro.

 LE CONFESSIONI DI PICASSO 

Picasso definiva “Ghiribizzi” i suoi scarabocchi eseguiti  dopo il suo ancor splendido PERIODO BLU, a partire dal quale diede la stura a tutte le sue, purtroppo note, stravaganze cubiste “per vedere l’effetto che fa”. E l’effetto ci fu : Soldi a palate. Propongo la lettura di due documenti sconvolgenti che costituiscono una vera e propria confessione fatta, “in camera caritatis”, dal più noto pittore del secolo scorso  a due rispettabilissimi esponenti della cultura mondiale :- Un brano di Matteo Perrini, pubblicato sul “Giornale di Brescia”,sulla base di una lettera olografa che lo stesso Picasso aveva scritto al famoso critico d’arte Bernard Berenson,definendo “GHIRIBIZZI” i suoi scarabocchi. - L’intervista che, nel 1951, Pablo Picasso concesse al nostro famoso scrittore GIOVANNI PAPINI. E PICASSO, E BERENSON E PAPINI, OLTRE CHE  ESSERE GALANTUOMINI E GENTE D’ONORE SONO DEGNI DI CREDIBILITÀ, SPECIALMENTE PICASSO. In entrambi i documenti Picasso sente il bisogno di “confessarsi”, certamente in considerazione dell’alta valenza culturale dei due emeriti personaggi.

 LETTTERA A BERNARD BERENSON

Pablo Picasso in una lettera al suo amico Bernard Berenson, famoso critico d’arte, pubblicata poi nella NeueillustrierteWochenschau del 24 ottobre 1971 fa delle sconcertanti rivelazioni. In essa l'artista più famoso del nostro tempo si duole, e con profonda amarezza, di aver ben presto dato al pubblico quello che il pubblico gli chiedeva, rinnegando con intimo disgusto, o comunque mettendo tra parentesi, le esigenze più schiette dell'arte. Le sue dichiarazioni sono così significative che meritano di essere citate per intero. «Ho soddisfatto questi amatori del nuovo e dell'eccentrico con i ghiribizzi che mi passavano per la testa e quanto meno li comprendevano tanto più li ammiravano! Divertendomi con questi giochetti divenni ricco e celebre, e questo assai presto. Ma quando sono solo con me stesso, non ho il coraggio di ritenermi un artista nel significato grande e nobile della parola. Sono solo un pubblico burlone che capisce il suo tempo e che ha sfruttato la stupidità, la vanità e l'avidità dei suoi contemporanei»

PABLO PICASSO INTERVISTATO DA PAPINI : Da Giovanni Papini “Il libro nero” 1951. Antibes -"VISITA A PICASSO"                                                                                                                                                                                      Molti  anni fa avevo comprato a Parigi sei quadri di Picasso, non perchè mi piacessero ma  perchè eran di moda ed io potevo servirmene per fare dei regali alle signore che mi invitavano a pranzo. Ma ora, trovandomi  sulla Côte d’Azur e non sapendo come passare le giornate, m’è venuta la voglia di vedere in viso l’autore di quelle pitture. Vive qua vicino, in una villa sul mare, con una giovanissima e florida moglie. Ha, credo, sessantacinque o sessantasei anni ma è di buon sangue catalano, forte e ben formato, di bel colore e di bell’umore. S’e parlato, sulle prime, di certi comuni conoscenti ma ben presto il discorso si é fermato sulla pittura. Pablo Picasso non è soltanto un artista felice ma anche un uomo intelligente, che non ha paura di sorridere, a tempo e a lungo, delle teorie dei suoi ammiratori. -Voi no siete un critico ed un esteta, mi ha detto, e  con voi posso parlare liberamente. Da giovane, come tutti i giovani, ho avuto anch’io la religione dell’arte. Ma poi, col passar degli anni, mi sono accorto che l’arte, come s’intendeva fino a tutto l’Ottocento, è ormai finita, moribonda, condannata e che la cosiddetta “attività artistica”, con la sua  stessa abbondanza, non è che la multiforme manifestazione della sua agonia. Gli uomini vanno sempre più disaffezionandosi di pitture, sculture e poesie, nonostante le contrarie apparenze. Gli uomini di oggi hanno messo il loro cuore in tutt’altre cose: le macchine, le scoperte scientifiche, la ricchezza, il dominio delle forze naturali e delle forze del mondo. Non sentono più l’arte come bisogno vitale, come necessità spirituale, a  somiglianza di quel che in altri secoli accadeva. Molti di loro seguitano a fare gli artisti e ad occuparsi di arte, ma per ragioni che con l’arte Vera hanno poco a che vedere, cioè per spirito d’imitazione, per nostalgia della tradizione, per forza d’inerzia, per amore del lusso, dell’ostentazione, della curiosità intellettuale, per moda e per calcolo. Vivono ancora, per abitudine e snobismi, in un recente passato, ma la grande maggioranza, in alto e in basso, non ha più una sincera e calda passione per   l’arte, che considera, tutt’al più come spasso, svago e ornamento. “Un artista che vede chiaro in questa fine prossima, come è avvenuto a me, cosa può fare? Troppo duro partito sarebbe quello di cambiar mestiere,  e pericoloso dal punto di vista alimentare. Ci sono, per lui, soltanto due strade: cercare di divertirsi e cercare di fare quattrini. Dal momento che l’arte non è più il cibo che alimenta i migliori, l’artista può sfogarsi a suo talento in tutti i tentativi di nuove formule, in tutti i capricci della fantasia, in tutti gli espedienti del ciarlatanismo intellettuale. Nell’arte il popolo non  cerca più consolazione ed esaltazione; ma i raffinati, i ricchi, gli oziosi, i lambiccati di quintessenze, cercano il nuovo, lo strano, l’originale, lo stravagante, lo scandaloso. Ed io, dal cubismo in poi, ho accontentato questi signori e  questi critici con tutte le mutevoli bizzarrie che mi son venute in testa, e meno le capivano e più mi ammiravano.  A forza di  spassarmela con tutti questi giochi, con queste funambolerie, con i rompicapo, i rebus e gli arabeschi, son diventato celebre abbastanza presto. La celebrità significa, per un pittore, vendite, guadagni, fortuna,  ricchezza. E ora, come sapete, son celebre, son ricco. Ma quando sono solo, fra me e me, non ho il coraggio di considerarmi un artista nel senso grande e antico della parola. Veri pittori furono Giotto e Tiziano, Goya e Rembrandt: io sono soltanto un “amouseur public” che ha capito il suo tempo e ha sfruttato come meglio ha saputo,l’imbecillità, la vanità, e la cupidigia dei suoi contemporanei. Ė un’amara confessione, la mia, più dolorosa di quel che vi possa sembrare, ma ha il merito di essere sincera. “Et , “après ça, ha concluso Picasso, “allons boire”. La conversazione non è finita quì ma non ho più la pazienza di registrare gli altri paradossi che sono usciti dalle labbra del vecchio pittore catalano.

 Ernesto Scura

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