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Diligente assertore del culto della MittelEuropa, a cui mi ero votato sin dai primi anni di studi a Trieste, città in cui avevo scoperto l’importanza che rivestivano i caffè, centri di cultura e d’incontro, di cui Trieste, insieme a Vienna e Budapest, è orgogliosamente fiera, continuai a praticare quel mondo con frequenti puntate, nei ritagli dei miei impegni professionali.

Ovviamente i momenti più favorevoli ricadevano in coincidenza delle ferie estive e delle ricorrenze festive classiche. Ci fu la volta che passai la notte di San Silvestro ospite di amici triestini e, per non turbare ulteriormente la loro quiete domestica, l’indomani partii alla volta dell’Austria, nella certezza di ravvivare Il mio spirito d’avventura e rompere la monotonia che, bene o male, induce il lavoro di routine professionale. Tarvisio, ultimo avamposto italiano della Mitteleuropa, è il varco di accesso all’Austria  che di quel mondo è, di diritto, il fulcro ideologico. La prima città che s’incontra è Villach ed io, avido di instaurare rapporti amichevoli e sentimentali, non lasciai  sfuggire l’occasione di sostare ad una fermata di autobus, dove una fraulein, bionda e slanciata, apparentemente contrariata, era in attesa dell’autobus che,  in quel giorno festivo, presumibilmente, aveva diradato le corse. Fu per me una ghiotta occasione per invitarla a salire in macchina e, a giudicare dalla sua gioia, anche per lei, fu una fortunata chance da cogliere. Conosceva pochissimo la lingua italiana, ma molto bene l’inglese. Ed io con le mie scarsissime nozioni di lingua inglese, e qualche infarinatura di tedesco, riuscii a farmi capire. Cominciammo a farci qualche confidenza. Si chiamava Wilfride Klammer, e la  sua abitazione si trovava nelle campagne intorno a Villach, dove la famiglia  aveva una fattoria. Pian pianino mi spiegò che aveva trascorso la notte di San  Silvestro, in attesa del nuovo anno, ad un veglione, insieme con sua sorella e col suo ragazzo, col quale era legata sentimentalmente da un mese. E quando le chiesi perchè, proprio il primo dell’anno, sola, si stava recando a Klagenfurt, capoluogo della Carinzia, dove lavorava, come infermiera,in ospedale, scoppiò a piangere. Aiutandosi con i gesti, su mio invito, cominciò a confidarsi. Tra un ballo e l’altro, il suo ragazzo, non mancò di essere cortese con la sorella, invitandola a ballare. E tra un ballo e l’altro, e tra una cortesia è l’altra, finì che cominciò a trascurare Wilfride e a dedicare tutte le sue attenzioni alla sorellina. Non occorre molta sensibilità per comprendere la tristezza di questa ragazza colpita nell’orgoglio della sua femminilità, addirittura per via del tradimento della  sorella, in una ricorrenza in cui, di solito, tra giovani innamorati ci si scambiano promesse di “amore eterno”. Cercai di rincuorarla facendole capire, che tra lei ed il ragazzo, chi ci rimetteva era il ragazzo, dato che escludevo che la sorella fosse più carina di lei che, già di suo, era superbamente attraente. Riuscii a  farla sorridere e, visto che stava rientrando in ospedale in anticipo di due giorni sulla data del rientro, le proposi di passare quei due giorni insieme, a Klagenfurt. Accettò di buon grado la mia proposta. Le chiesi di suggerirmi un albergo e, immediatamente, mi propose il Moser-Verdino, in pieno centro, dove fummo  accolti con estrema cortesia e ci fu assegnata una splendida stanza con vista sulla piazza principale. Dimenticavo l’aspetto più romantico di tutta la vicenda: tanta neve che ammantava la città ed invitava all’afflato romantico-sentimentale. Andammo a pranzo in una caratteristica Gasthaus, con le tovaglie a quadretti rossi, e corna di cervi alle pareti, e sedie in legno intagliato e, tanto per spezzare l’atmosfera, odore di … crauti dappertutto. A fine pranzo lei mi fece capire che tocca all’uomo chiedere il conto e mi suggerì di dire : Bitte, Zahlen (prego, il conto). Intanto fuori faceva un freddo cane e non vedemmo l’ora di rintanarci sotto il vaporoso piumino che sovrastava il solido letto della stanza d’albergo, in un piacevole profumo di fresco bucato. Fu lei a capire che, per via di un impianto di riscaldamento troppo efficiente, faceva addirittura caldo, e provvide ad aprire la finestra, lasciandola spalancata per tutta la notte. Il giorno successivo mi chiese  se volevo conoscere i suoi, e vedere la sua casa. Accettai immediatamente, anche perchè ero curioso di vedere la sorella. Capii che lei si voleva prendere una rivincita mettendo in  mostra il ricambio con cui aveva rimpiazzato il ragazzo. La casa, una tipica abitazione austriaca di campagna, consistente in due piani, molto lunga, aveva un  porticato al piano terra  sovrastato da una lunga veranda al piano superiore. Ma la sorella non era in casa. Io, intanto, avevo tirato fuori dalla macchina una bottiglia di Vermouth Martini, sapendo che in Austria era molto apprezzato. Infatti, quando mi presentarono il padre, lui, la prima cose che fece, fu di impossessarsi della bottiglia e, in cambio, andò a tirare dal frigorifero una torta, che mise a disposizione. Poi rimase affascinato dai miei cerini che avevo tirato fuori per accendere la sigaretta. Ed io, che già sapevo come in Austria facevano colpo quei fiammiferi conosciuti nel mondo come un genere tipicamente italiano, gliene feci dono. Insomma stavo conquistando … l’Austria. Tornammo a Klagenfurt a rivivere la nostra avventura che interrompemmo dopo due giorni, visti i miei impegni professionali in Italia e il suo lavoro in Austria. Ci scrivemmo, in inglese, malgrado la  mia scarsa conoscenza di quella lingua. Alla sua prima lettera che aprii a scuola, dove insegnavo, a Cosenza, lei esordiva: “I am veri happy for your letter” Ed io, che non sapevo, cosa significasse “happy” chiesi ai ragazzi che studiavano inglese, il significato di happy. Fu un coro: “Felice”. Non vi nascondo che ne fui … felice. E poi ci rivedemmo a Pasqua, e a Ferragosto, e poi … e poi più nulla, come era fatale che fosse, con così tante ragazze, nella Mitteleuropa, che erano in attesa di … “un principe azzurro”, ruolo che, confesso,  è molto facile da ricoprire.

 Ernesto SCURA

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