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In Transilvania,la regione della Romania,a maggioranza ungherese, c’è una città di oltre centomila abitanti,che si chiama Satu Mare. Ma, a dispetto del nome, il mare è lontano più di 800 chilometri. Mare in rumeno vuol semplicemente dire “grande”.

La scoprii per caso, negli anni 70, poichè, nell’intento di raggiungere i favolosi monasteri della Moldavia rumena, a causa di una infernale strada pavimentata a pavè molto sconnesso, preferii non proseguire e passare le vacanze in questa ridente città ungherese, dall’ottimo goulash e dall’ancora più seducente presenza di ragazze bellissime, ma che dico, affascinanti. Fu grazie a quel pavè sconnesso che scoprii l’esistenza di una Romania ungherese che non immaginavo. Satu Mare è ricca di architettura tipica dell’art “Decò” o “Jugend Art” della Mittel Europa, insomma quella che in Francia fu “l’Art Nouveau” e in Inghilterra il “Liberty”. Ti immergi nel più splendido stile “Floreale”. Fu la prima di una lunghissima sequela di ferie in quell’Eden. La prima sera indugiai davanti all’ingresso dell’albergo, in pieno centro, per cominciare a capire tra che gente mi trovavo, stimolato dalla palese incoraggiante benevolenza dei passanti che non si risparmiavano nel ricambiare sorrisi di reciproco compiacimento con l’inconfondibilmente riconoscibile ...italiano. Capelli scuri, sorriso accattivante e Lancia Fulvia coupè parcheggiata a bordo strada. Subito dopo la mezzanotte una inspiegabile animazione ruppe il silenzio della notte e cominciò a sciamare una moltitudine di donne. Erano le lavoranti della vicina fabbrica di confezioni “Mondiala”che, dopo il turno di mezzanotte si affrettavano a raggiungere casa. Uno spettacolo indescrivibile. Sorrisi contro sorrisi, ”ciao” contro “ciao”, finchè non ruppi gli indugi e, con ostentata sicurezza, fermai quella che mi sembrò la più carina:

“Cum te chiamI?”

- Marika

-“Facem un micul tour cu mašina? ”(facciamo un giretto in macchina?)

-“Da, cu placere” (Sì, con piacere).

E giretto fu, e qualcos’altro, e qualcos’altro ancora. L’indomani venni a capo di tutto ciò che non avevo ancora afferrato. In albergo alloggiava Sandro, un italiano di Montecatini che, per conto dell’italiana INCOM (Industria Confezioni Montecatini) controllava la produzione di confezioni della Mondiala, su commissione della INCOM, che forniva tutto l’occorrente, stoffe, filo e, ovviamente, anche i disegni dei modelli. Mi spiegò che la Mondiala produceva confezioni non solo per la INCOM, ma anche per altre industrie dell’abbigliamento dell’Europa occidentale. Per far fronte alla pressante richiesta,la Mondiala era costretta a lavorare a ritmi serrati,con tre turni di lavoro di otto ore, in modo da far lavorare le macchine,ininterrottamente, per tutte le 24 ore, senza tregua, al limite della disintegrazione. Ceausescu aveva impellente bisogno di valuta, ed esportare in Occidente gran parte della produzione agricola ed anche la carne prodotta nei tanti allevamenti. Di quei vitelli restavano al mercato interno solo gli scarti e le interiora, cioè le parti meno nobili. Ceausescu aveva intuito che si poteva esportare, pur evitando l’emigrazione, anche il lavoro che lui retribuiva con salari da fame, ma rendeva tantissimo se utilizzato In patria per produrre vestiti per l’opulento odiato occidente capitalista. E Ceausescu andava fiero della “Mondiala” che riteneva fiore all’occhiello del regime perchè “vestiva l’ARISTOCRAZIA COMUNISTA.

E non sono io a dirlo. La foto, che ritrae Ceausescu in visita alla Mondiala, è degli anni 70, e fu pubblicata sul quotidiano del Partito Comunista, Scîntea, con l’inequivocabile didascalia che, spudoratamente, riconosceva che la Mondiala, in Romania, serviva la clientela più esigente, rappresentata dalla “PROTIPENDADA COMUNISTA”. Dice letteralmente : “Mondiala, il posto da dove si veste l’ARISTOCRAZIA COMUNISTA”. Ed aveva ragione. Nel mercato interno, solo la ristretta cerchia di quella “Nomenklatura” vi si poteva rifornire, non facendosi mancare nemmeno i “blu Jeans”, il tanto vituperato simbolo della “decadenza” occidentale che, con estremo rigore, formalmente erano banditi dal mercato interno. Al popolo, quello che si suol chiamare “popolo bue”, non restava altro che il contentino dei prodotti autarchici rumeni, quegli stracci prodotti con materiali sintetici di bassa tecnologia, ma che nulla avevano in comune con la tecnologia avanzatissima con cui la INCOM dava corso e direttive alla produzione commissionata alla “Mondiala”. La INCOM aveva, ed ha ancora, sede a Montecatini, in Toscana. Nei tristi anni ‘70 (gli anni di piombo), per via delle rivendicazioni sindacali e degli scioperi selvaggi che in Italia tormentavano il padronato e la produzione industriale, era arrivata sull’orlo del fallimento e destinata alla chiusura. Fu allora che i comunisti italiani cominciarono a preoccuparsi e, con un tardivo senso di “altruismo”, il P.C.I. interpose i suoi buoni uffici perchè la INCOM allacciasse un rapporto di collaborazione con un paese comunista qual era la Romania, in cui lo sciopero non solo non era consentito ma era perseguibile come attentato alla sicurezza dello Stato. E così la comunista ROMÂNIA garantì, formalmente, la continuità del marchio INCOM, ma, più che altro, garantì al PCI l’ormai consolidato diritto di “Roialty” sui proventi di un tale tipo di contratti con l’Est. Ed i sindacati, per evitare un ignominioso conseguente provvedimento di licenziamento di quei lavoratori INCOM, sollecitarono il Governo italiano ad elargire la “Cassa Integrazione” che, come si sa, grava sulle spalle di Pantalone, cioè di tutti gli italiani. E così il rapporto fu proficuo, accontentando tutti, dai comunisti ai socialisti e, manco a dirlo, ai democristiani che, insperatamente, ottennero, almeno per il momento, l’allentarsi della conflittualità sindacale. E si aggirò anche l’ostacolo fiscale che avrebbe dovuto gravare sul prodotto, una volta giunto in Italia, avendo tutte le peculiari caratteristiche di merce d’importazione, soggetta quindi ai dazi doganali. Con un semplice escamotage. Quelle confezioni dovevano pervenire come prodotto non finito, potendosi così evitare il gravame fiscale dell’importazione. Non dovevano essere dotate nè di asole nè di bottoni. Alla INCOM non restava che...attaccare bottoni e intagliare asole. E la cosa andò avanti per tanto tempo, per far gioire la INCOM, e il PCI che incamerava le “roialty” e, conseguentemente, la “Protipendada Comunista” che, nella “Romania Felix”, poteva vantarsi del successo economico ottenuto. E,se vogliamo,forse anch’io, inconsapevolmente, mi sarò giovato di quel vantaggio di cui mi resi conto,un giorno,rigirando tra le mani un mio giubbino estivo,di fattura non disprezzabile,scoprendo che la marca era ...INCOM. E capii perchè non l’avevo pagato poi tanto. Rimasi di sasso. E vi posso giurare che non ho mai avuto, nè ho, nè tantomeno avrò, cointeressenze nella INCOM. Dimenticavo un particolare: Quel Sandro della INCOM che, a Satu Mare, era diventato popolarissimo,per la simpatia che emanava e per la fornitura di beni occidentali con cui gratificava gli amici rumeni, mi diceva che, a Satu Mare, molti lamentavano la scarsa efficacia degli antibiotici rumeni che, spesso, li obbligavano a prolungate degenze, e lui, con spirito encomiabile, cominciò a rifornirli di quello italiano. Lo,considerarono un “Santone guaritore”. Finì che Sandro sposò la più bella delle lavoranti della Mondiala, con una fastosa cerimonia, in una suggestiva atmosfera da favola, che contagiò tutte le ragazze di Satu Mare, incantate dal “Principe Azzurro” che liberava la bella. Ovviamente,il favoloso vestito da sposa fu confezionato,con cura e dedizione, nella Mondiala, da colleghe di quella fortunata sposa. E vissero tutti felici e contenti...

FINE DELLA FAVOLA

Ma poi il comunismo finì, e Ceausescu finì, condannato a morte, con una farsa di processo orchestrato dai suoi vecchi “compagni di merenda”, e quelle donne smisero di sopportare quei massacranti turni di lavoro, pervenendo, addirittura, agli scioperi di protesta, e generando le stesse problematiche a cui, da sempre, andava incontro l’industria italiana. La Didascalia della foto scattata di recente, è molto eloquente : PROTESTA SPONTANEA. Lo sciopero non era più catalogato come “attentato alla sicurezza dello Stato”. E lentamente, gradualmente, il vantaggio di produrre là, a costi non lontani dai nostri, per vendere al mercato opulento, andò a remengo. E la INCOM, poverina, come risolve i problemi della sopravvivenza? Calma. Mai disperare. C’è sempre, al mondo, un paese di disperati, capace di poter affrontare e risolvere, con reciproco tornaconto, i problemi altrui. È solo necessario individuare sulla pelle di chi vengono risolti. Infatti la INCOM ha siglato un accordo col Governo turco, tramite la CAK, gruppo mondiale di tessuti DENIM, per la produzione, in territorio turco, di prodotti con marchio INCOM, sfruttando, al posto di quelle sottopagate lavoranti rumene dell’epoca Ceausescu, i disperati e sottopagati migranti del terzo mondo, quelli, intendiamoci, che fanno di tutto per entrare in Europa, che Erdogan utilizza a costo irrisorio e, in più, per ognuno di loro, intasca un bonus, erogato dalla fessa Europa, come premio per dissuaderli, con le buone, ma più che altro con le cattive, a tentare quell’avventura.

 MORALE DELLA FAVOLA

Finalmente si capisce perchè i tanti accaniti comunisti, allora, si affannavano a decantare le conquiste economiche, sociali e industriali raggiunte in quei paesi “Paradiso del Proletariato” dove, poi, abbiamo scoperto il proletariato non era “padrone” bensì “servo” che si rompeva la schiena per assecondare le voglie della “Nomenclatura” a cui, poi, doveva fornire anche i jeans, quei Jeans che a loro erano proibiti. E non crediate che non ce ne siano, ancora oggi, di quei patetici e romantici ex-fu-post-vetero-ultra-cripto-para-neo-comunisti che, negando di essere ancora comunisti, rimpiangono quei tempi ed il “mondo” della ...”Mondiala”. Non in Romania, beninteso, che quella tragica esperienza l’ha vissuta troppo a lungo e dolorosamente, ma in Italia. E non chiedetemi dove cercarli, perché li trovate tutti, ben individuabili, belli, allineati e coperti...a sinistra, a invocare, ancora, e sempre: Statalismo,Statalismo ! I più irriducibili? I vecchi “comunistelli di sagrestia” della morta DC anch’essi furbacchioni riciclati ormai in simbiosi con gli epigoni del PCI, uniti dal patetico collante : “Statalismo,Statalismo !”.

 Ernesto Scura

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