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(Pubblicato in estratto sul quotidiano “il Giornale” del 30 Dicembre 2020)

Il 25 Luglio del 1943, avevo da poco compiuto i 10 anni e, come per tutti gli  adolescenti, gli interessi prevalenti erano i giochi e le ansie per la prossima frequenza della scuola media che ci avrebbe dischiuso un nuovo  ciclo di studi, con l’approccio allo studio del Latino di cui, fino ad allora, avevamo  orecchiato soltanto qualche frase retorica “Mare Nostrum”, “Roma caput  Mundi”.

Ma il momento storico che stavamo vivendo ci avrebbe coinvolto, di li a poco,costringendoci a diventare, se non attori, quantomeno, anche  se inconsapevolmente, spettatori di qull’immane spettacolare vicenda che  fu la seconda guerra mondiale. E fu col fiato sospeso che, assecondando le ansie dei grandi, restammo in attesa delle sequenze successive, giorno dopo giorno, nell’incertezza e nel rincorrere previsioni. La guerra sta per finire ?  È finita ? Finirà . E, intanto, l’8 settembre, apprendevamo, con notevole ritardo, ciò che in segreto era stato deciso il 3 Settembre. E la domanda che si ponevano gli anziani era: “e i tedeschi cosa faranno ?”  Sottindendedo “cosa ci faranno” ? E intanto aveva inizio quell’insolito movimento di automezzi tedeschi che, in ritirata, dalla Sicilia, risalivano per attestarsi sulla linea “August” che si estendeva da ORTONA fino a MINTURNO, comprendendo Montecassino . E, intanto, era sempre più numeroso il flusso di soldati italiani che passavano  per CORIGLIANO, appiedati, malmessi e affamati, che cercavano di  raggiungere le loro famiglie al Sud. E non mancavano i soldati italiani che, scampati al fuoco alleato in Sicilia,  cercavano di raggiungere le loro residenze al nord. Era il triste spettacolo  di ciò che, poi, fu definito il “TUTTI A CASA”. Quelli più scalcagnati, perché avevano percorso a piedi già molti chilometri, erano i meridionali che, spesso, mia madre non mancò di sfamare quando, esausti si sdraiavano sul prato antistante casa mia. Ci fu la volta che noi  ragazzi, sentimmo un lento cigolio e ci precipitammo sulla strada. Era un  malandato soldato, in pantaloni corti militari, che aveva escogitato come  poter trasportare i suoi miseri effetti, con una carriola che, per non farla  gravare  più di tanto sulle braccia, ne aveva collegati i manici con una lunga  bretella di tela che, girando attorno al collo, scaricava il peso sulle spalle. Non mancammo di tributargli un fragoroso applauso e rifornirlo di qualcosa  da mangiare. Il flusso inverso Sud-Nord, anche se meno pietoso, non era poi tanto più  allegro. Si fermò un autocarro militare, un FIAT 626, e ne discesero un  tenentino con altri tre militari, pallidi e spaventati, si fermarono per potersi un po’ sgranchire. La cabina ed il telone erano tutti bucherellati. Ci tolsero la curiosità spiegandoci che sulla strada litoranea 106 Jonica, erano stati presi  di mira dalle mitragliatrici degli aerei dei nuovi “alleati” che,come al solito,  sparavano su tutto ciò che si muoveva, non risparmiando nemmeno un carro  carico di fieno, trainato da buoi, figuriamoci un autocarro militare. Fecero  appena in tempo a saltare fuori e rifugiarsi tra gli uliveti. Per fortuna eravamo alleati, altrimenti, chissà, avrebbero fatto ricorso alle ... bombe. Nel dopoguerra alcuni camionisti spiritosi usavano scrivere sul frontone della  cabina : “DAI NEMICI MI GUARDI DIO CHE ALLE CURVE CI PENSO IO”. Evidentemente, in tempo di guerra, Dio non assicurava la copertura protettiva  dalla MALVAGITÀ ALLEATA. Quando il tenentino lesse sulla fiancata dell’autobus,lì parcheggiato, la scritta  “Fratelli Scura”, chiese subito se eravamo parenti di Paolo Scura. Lo feci salire  su, da mia madre, che capì a chi si riferiva, ad un lontano parente del suo paese d’origine, Vaccarizzo Albanese. Spiegò che erano stati  in precedenza fraterni commilitoni. Mia madre disse che, comunque, non era a Vaccarizzo ma, probabilmente, nel Lazio dove viveva. Poi, il tenentino spiegò a mia madre la sua situazione. Dopo l’8 settembre, come  tutti gli sbandati di quel fronte siciliano, cercò una via di fuga nella speranza di raggiungere il Nord (era veneto) e, con gli altri, s’impossessò dell’autocarro ben rifornito di carburante e pochi viveri. Era amareggiato per ciò che raccontava sull’arrivo degli alleati in Sicilia: “Le donne, imbellettate, andavano incontro agli invasori offrendo fiori”. Cioè non si era ancora reso conto del nuovo clima. Mia madre non mancò di  metterlo in guardia nei confronti dei tedeschi che dovevano, ad ogni modo, cercare di non incontrare, onde evitare rappresaglie o deportazioni. Era il tragico momento di un’Italia con troppi “ALLEATI” e con troppi “NEMICI”, con l’aggravante di non sapere con certezza chi erano gli alleati e chi erano  i nemici. Il tutto mirabilmente rappresentato nel film “Tutti a casa “ dove l’ingenuo sottotenente, interpretato da Alberto Sordi, al telefono di un bar, urla al superiore: “Signor colonnello, accade una cosa incredibile. I tedeschi si sono alleati con gli americani e ci sparano addosso...”

 Ernesto SCURA

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