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Nel 1952 frequentavo la quinta classe del liceo Scientifico dell’Istituto parificato di Corigliano Calabro.

Consapevoli, noi allievi, dell’estremo rigore che comportava  il confronto con una commissione esaminatrice formata da docenti esterni, ci consolava il fatto che, di diritto, almeno  due degli esaminatori, dovevano essere nominati dalla scuola, scegliendoli tra gli stessi docenti dell’ultimo anno di liceo, il che voleva dire che, per esempio, se la scuola nominava il docente di lettere, tu eri coperto almeno nelle due materie importantissime : Italiano e Latino. (Per il Classico anche il Greco). Era impensabile una bocciatura da parte di quel docente che per almeno tre anni ti aveva condotto alle soglie della maturità. Se l’altro docente nominato dalla scuola era quello  di Matematica e   Fisica, erano altre due materie, importantissime in un Liceo Scientifico, che potevi assicurare nel tuo carniere, specialmente per l’aiuto che  ti poteva, fornire durante lo svolgimento del compito di Matematica, il fatidico PROBLEMA, croce e delizia della Maturità scientifica. Le rimanenti materie, Lingue, Scienze, Storia, Filosofia, Disegno ed Educazione Fisica, pur temibili, non costituivano lo spauracchio di una  malaugurata bocciatura, specie se i due docenti “amici” erano capaci di saper gestire le valutazioni globali a difesa. A metà gennaio, di quell’anno, subimmo la doccia fredda di un Decreto del Ministro della Pubblica Istruzione, Antonio Segni che, sull’onda di un invalso convincimento di esagerato rilassamento del rigore degli esami di maturità, per tutto il periodo bellico, voleva, non solo ritornare alla severità dell’anteguerra, del resto già da tempo ormai  ripristinata ma, addirittura, travalicarne la già rigorosa conduzione. Il Decreto stabiliva l’abolizione dei due rappresentanti nominati dalla scuola, tra i docenti dell’ultima classe di liceo e, pur tuttavia, come magra consolazione, consentiva la presenza di un rappresentante interno, beffardamente denominato, con aulica prosopopea, “pater familias”, che doveva essere, preferibilmente il Preside, il quale, nelle vesti di  “tutor” rappresentava il garante della storia scolastica di ciascun allievo, in sede di giudizio finale. E vi lascio immaginare quanto poteva valere la “Difesa d’Ufficio” di un rappresentante al quale, si e no, era permesso assistere allo svolgimento degli esami scritti senza potersi nemmeno avvicinare ai banchi dei candidati, a rischio di prendersi il rimprovero del Presidente di Commissione. Agli orali, poi, era semplice osservatore. Cercammo di reagire prendendo contatti con il Liceo Classico della vicina Rossano ed insieme con alcuni loro rappresentati ci recammo a Cosenza  dove un improvvisato “comitato” avrebbe dovuto dare disposizioni sulla  conduzione della protesta. Ci aspettavano, i cosentini, non avvertiti da noi, già all’arrivo dell’autobus, in una ridicola atmosfera di “cospirazione”, dandoci immediate istruzioni  su come comportarci per sfuggire ad eventuali “incursioni “ della polizia. L’assemblea si tenne in uno spiazzo antistante il serbatoio idrico che  alimentava la città, posto su un’altura che ben si prestava ad avvistare  in tempo eventuali blitz della polizia del “tanto odiato” ministro Scelba.

A quel punto capimmo subito chi stava CAVALCANDO LA TIGRE. Era il Partito Comunista che, come al solito, non si lasciava sfuggire nessuna occasione per dare addosso al governo ed ai suoi ministri. Benevolmente, voglio illudermi che la scelta del posto non sia stata  ispirata dal colore “rosso fiammante” della struttura.  E non ci sarebbe da meravigliarsi, più di tanto, tenendo conto della furba  importanza che i comunisti attribuivano alle simbologie, specialmente quando, per opportunità, dovevano rinunciare a far sventolare le bandiere rosse. Noi tre rappresentanti di Corigliano, intimiditi da un apparato già istruito ed educato alla protesta, assistemmo allo stile organizzativo  di un ”Apparatnik” di stampo squisitamente bolscevico, che ebbe immediata conferma quando gli “agit-prop” della delegazione cosentina, con apparente “leale senso di ospitalità”, proposero di eleggere presidente del “Comitato di Protesta” un  rappresentante “ospite”. E mentre i miei due colleghi coriglianesi pensavano di propormi come probabile candidato, il comitato, con tempestiva alzata di mano, aveva già acclamato UGO BRUNO, del  Liceo Classico di Rossano. E chi era questo illustre sconosciuto? Sconosciuto un corno. Per noi, forse, ma per l’Apparatnik, che lo chiamava, con amorevole familiairità, UGHETTO, era notoriamente il figlio del deputato comunista rossanese  Giovanni Bruno, cosa che lo elevava, automaticamente, al rango di leader. Capimmo subito che la battaglia era persa per un duplice motivo: -Il ministro Segni non era tipo da farsi intimidire dalla protesta di pochi mocciosi manovrati con mire “rivoluzionarie” da sobillatori comunisti. Erano ancora da venire gli anni della protesta indiscriminata in cui, spesso, i ministri erano collusi con gli scioperanti e la promozione un diritto acquisito dei “figli del popolo”. -Il ministro degli Interni, Scelba, non aveva alcun timore della piazza scatenata a fini demagogici, figuriamoci, poi, se composta di giovani. Tornati a Corigliano mi toccò riferire l’inevitabile fallimento della nostra protesta e, conseguentemente, la decisione di interrompere  l’ormai inutile sciopero, rivelatosi una battaglia persa a causa di  quella strumentalizzata campagna politica. Quella desistenza ci procurò l’infamante accusa di “crumiri” da parte dei colleghi rossanesi. E figuriamoci se ci facevamo intimorire da quattro invasati “servi sciocchi” della “Rivoluzione ad ogni costo”. Infatti, come previsto, la protesta, in campo nazionale, fu un “flop”. Quell’anno, la mia classe, composta di 19 alunni, fu decimata, agli  esami, e la maturità fu conseguita da appena 8 candidati, ed io tra  questi. E siccome almeno due erano ripetenti, vuol dire che, della originaria classe della prima liceo, solo in sei coronammo il sogno. Vi furono ben 11 impietosamente respinti (di cui già tre ripetenti). E non crediate che fossero delle bestie. Tutt’altro. Vi posso garantire che oggi, col grado di cultura imperante, sarebbero stati promossi col massimo de voti. Ma erano altri tempi, quando la cultura si misurava a millimetri e non  a spanne.

Ernesto Scura

 P.S.

A proposito di spanne, non guasta riportare un episodio di cui, molto tempo dopo, negli anni 70, fui protagonista a Cosenza, dove Insegnavo Costruzioni all’Istituto Tecnico per Geometri. Tra i docenti c’era un professore di Chimica, collaboratore del Preside, che si dava molto da fare (è evidente che aveva tempo da perdere) nel curare i rapporti con gli alunni, specie quando c’era da organizzare scioperi e manifestazioni  di protesta, meglio ancora se si trattava di ghiotti avvenimenti politici, nazionali ed internazionali. E in Sala Insegnanti non rinunciava a sermoneggiare sulla necessità di una scuola più facile ed aperta anche ai meno dotati, tanto per realizzare il livellamento che avrebbe dovuto eliminare le “disparità sociali”, facendo la solita ipocrita confusione tra merito e condizioni economiche. Era evidente la sua matrice “sessantottina” con conseguimento della “Laurea di  Gruppo” in cui, uno solo, maldestramente, relazionava, e gli altri “meritavano”, del resto, come già avveniva in corso di esami, dove il minimo voto assicurato era il 25/30. Io mi guardavo bene da interloquire con lui. Un giorno, però, si rivolse a me direttamente, chiedendo un mio parere sul suo sogno di una scuola più facile. Sbottai : “ Ma non vedi i guasti che stanno combinando queste teorie? Non vedi il degrado culturale di insegnanti che, ottenuta una qualche laurea usurpata a “furor di popolo”, vengono a rovinare i poveri allievi, anche nella nostra scuola?”  Il riferimento alla sua laurea era troppo palese, per cui ritenne fosse suo dovere fare una qualche raffazzonata precisazione, e cominciò:“ IO, QUANDO MI HO PRESA LA LAUREA...” Non lo lasciai continuare e fulminandolo con lo sguardo, scandii:   “...QUANDO MI SON PRESA LA LAUREA” e girai le spalle ed andai via. Subito dopo, mi ricorsero gli altri docenti: “Erne’, l’hai distrutto”. Ed era vero. Da quel giorno, quando mi vedeva, mi evitava e, per mia fortuna, ed anche sua, evitava di fare “comizi” in sala insegnanti.

Ernesto SCURA

 

 

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