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Durante gli studi d’ingegneria, a Trieste, ebbi l'opportunità di avere colleghi di facoltà di disparata indole, versatilità e cultura ma tutti, comunque, dotati di intelligenza, spirito e fantasia che rendevano varia e oltremodo piacevole la convivenza.

E poi, a parte l’obbligata compostezza durante la frequenza nelle aule universitarie, tutti i nostri incontri, in trattoria o al bar, aiutavano a mettere in luce le caratteristiche di ognuno di noi, chi più e chi meno, dotato di capacità nella satira e nella mimica e, addirittura in show canori.  In una parola, era la “GOLIARDIA” che metteva in risalto il meglio di ognuno e, a volte, anche le eventuali carenze in certi settori (e, molto probabilmente, tutti ne avevamo). Ma il vero MATTATORE era Augusto Di Natale. Proveniva da Messina, dove aveva superato il biennio d’ingegneria e, poichè a Messina, allora, non c’era la facoltà completa, proseguì gli studi a Trieste. Il suo primo exploit lo fece alla cena di laurea di un collega più anziano. Usciti all’aperto, ci demmo agli schiamazzi ed alle esibizioni canore e lui, destando la meraviglia di tutti, si mise a camminare sostenendosi sulle mani, a testa in giù, percorrendo una cinquantina di metri. Ci rendemmo conto che oltre alla vistosa conformazione muscolare, aveva una solidità ossea ed era dotato di nervi d’acciaio. Lì per lì attribuimmo la sua ottima performance a dote naturale, ma poi constatammo che a quelle doti lui sommava gli effetti di un costante esercizio fisico. E quando due colleghi imprudentemente osarono sfidarlo in quella che è la più classica delle competizioni, la corsa dei cento metri, lui sfoderò il suo sorrisetto sornione e, arrivati ad un viale alberato riservato al traffico pedonale, si accinsero tutti e tre alla partenza e lui, come prima cosa, rimboccò gli orli dei pantaloni avvoltolandoli un paio di volte e poi, al via, dopo una concentrazione che gli mise in tensione tutti i nervi delle gambe, fece uno scatto che ci lasciò tutti di stucco. Li umiliò talmente che diede l’impressione paradossale di essere giunto al traguardo mentre i due erano ancora nella fase di partenza. E non crediate che fosse solo muscoli e forza fisica. Aveva mente pensante e ce ne rendemmo conto quando, al bar che frequentavamo, se  qualcuno lo sfidava agli scacchi lui, con maestria, ne usciva vincente in pochissime mosse. Se poi uno s’illudeva di metterlo in difficoltà al gioco della Dama, doveva rassegnarsi a subire una sonora lezione in non più di cinque mosse. Qualcuno che si ostinò nel tentativo di sconfiggerlo fu colto, dopo reiterati tentativi, da una crisi di pianto. E non vi dico i risultati che otteneva negli studi : Mai una bocciatura. Dopo la laurea ci perdemmo di vista. Seppi soltanto che prestò servizio di leva ...indovinate in quale corpo? Nella “Divisione Folgore”, quella dei para’. Ebbi poi la fortuna di incontrarlo al Concorso a Cattedra per l’insegnamento di Costruzioni al “Palazzo dei Concorsi” a Roma. Allora  non erano ancora entrate in vigore  le “immissioni in ruolo” con la pagliacciata di quei ridicoli “Corsi Abilitanti” che davano diritto, dopo una brevissima frequenza nelle sedi sparse in tutte le province, a chi aveva insegnato per almeno due anni, da supplente, una materia, di poter conseguire, dopo un esame farsa, in cui mai nessuno fu bocciato, l’abilitazione all’insegnamento a cui seguiva, su semplice domanda in “carta bollata”, la rassicurante immissione in ruolo. A Roma, invece, gli scritti si svolgevano sotto la rigorosa sorveglianza di docenti universitari e severi carabinieri che non ti consentivano nemmeno uno scambio di opinioni persino quando andavi in bagno, perchè correvi il rischio di essere buttato fuori dai carabinieri che costantemente stavano alle spalle dei candidati per impedire... “consulti”. Facemmo in modo, io ed Augusto, di capitare in banchi monoposto vicini e, con cenni e sussurri riuscimmo a scambiarci almeno l’essenziale che ci aiutò a risolvere il problema di “Scienza delle Costruzioni” assegnato. Per essere sincero, la stentata collaborazione fu più utile a me che a lui, avendo, lui, prima di me, individuato, il percorso da seguire. Di ciò gli fui grato per tutta la vita. Dopo gli scritti, e la prova grafica di progettazione, tornammo a casa in attesa  della comunicazione dell’esito delle prove scritte, e non vi dico la gioia provata leggendone l’esito positivo insieme con l’invito a sostenere gli orali per una data stabilita, a cui sarebbe seguita, il giorno dopo, la simulazione di una lezione con argomento tirato a sorte. E fummo, entrambi, docenti di ruolo, per l’insegnamento di “Costruzioni” negli Istituti per Geometri in cui ci trovammo ad insegnare. Io mi ritrovai ad essere uno dei pochissimi (eravamo appena in due) docenti  di ruolo in tutta la provincia di Cosenza, lui tra i pochissimi in quella prestigiosa sede di Cremona. Il che consentì ad entrambi di giovarci di una tranquilla disponibilità economica che ci aiutò a superare le difficoltà iniziali per affrontare quella che era la nostra vera vocazione : la libera professione. A Cremona lui convolò a nozze con una Guarnieri, una discendente della famiglia dei famosi liutai “Guarnieri del Gesù”, contemporanei di Stradivari. Per completare il quadro di una figura così poliedrica colsi le confidenze che di lui mi fece un altro ingegnere che lo ebbe collega, prima di me, a Messina. Erano gli anni ‘50, quando la battaglia politica veniva combattuta nelle piazze, con l’unico strumento allora disponibile : i comizi. Quando il capo carismatico del Partito Comunista, Palmiro Togliatti, detto “Il Migliore”, tenne a Messina un comizio, in un tripudio di bandiere rosse, preceduto dall’assordante inno “bandiera rossa”, in una delle piazze emblematiche della città, quella compresa tra il maestoso tribunale sormontato da una imponente quadriga in bronzo condotta dalla dea Minerva, e l’antistante severo tempio della cultura, la sede dell’Università. Una scenografia che concordava palesemente con i clichè delle  grandi parate che si svolgevano nella “Piazza Rossa” di Mosca, e che conferiva la necessaria solennità all’evento. Dal palco, allestito sulle gradinate del tribunale, proprio di fronte all’ateneo, davanti ad una marea di popolo fatta affluire da tutta la provincia, Togliatti si apprestava a concionare il popolo facendo leva sugli ormai consueti slogan:     pane, lavoro, pace, libertà e...”la terra ai contadini” (che se gliela vai ad offrire oggi, la terra, ti risponderanno :“contadino sarai te. Ho figli tutti laureati, io”). Ma Togliatti non aveva fatto i conti con Augusto Di Natale che, consapevole dell’inviolabilità di cui godevano le sedi universitarie, per consolidata prassi millenaria, insieme con altri colleghi, dissacratori, come lui, di quei miti e di quei riti, escogitò di nascondersi all’Interno dell’ateneo prima della chiusura e, saliti sul terrazzo, di fronte al tribunale, rovinarono, a Togliatti, il sognato bagno di folla. Con una ritmata cadenza di sonore pernacchie dispensate da Augusto, nei momenti salienti del discorso, quelli in cui l’oratore, di solito, con meticolosa perizia, dosa le pause per dare spazio ad uno scontato applauso, Augusto sconvolse i ritmi del previsto consenso, che non ebbe  più luogo, perché il rimbombo di quelle strazianti pernacchie “strappabudella”, rubava la scena. Ed io che, al racconto del fatto, ero a conoscenza della potenza distruttiva di quelle sonore pernacchie, che non lasciavano scampo, compresi la stizza e la collera di quel Togliatti costretto ad una crisi di nervi che sfociò, con una voce strozzata, rotta dalla rabbia, in un irritato : “ma fateli smettere!”. Non ci fu verso di far cessare il disturbo. La guardia del corpo di Togliatti, che era costituita da gagliardi energumeni provenienti da avanzi della Resistenza, disposti a tutto, si avventò contro l’ingresso dell’Università, per sfondarne la porta e dare l’assalto a quei “nemici del popolo” ma, i carabinieri, che erano preposti a garantire l’ordine pubblico, come per tutti i comizi, impedirono quel tentativo non facendoli nemmeno avvicinare  all’edificio che godeva della sacralità dell’immunità. A Togliatti non restava che affrettare la conclusione del comizio rinunciando alle classiche ovazioni della folla oceanica. Ecco, questo era Augusto Di Natale. Dell’episodio ebbi modo, molto tempo dopo, di parlarne con lui, che confermò il tutto, al telefono, ripromettendoci di dovere, in uno dei prossimi incontri, approfondire l’argomento e potere, così, ascoltare dal vivo un saggio delle sue prestazioni sonore. Purtroppo non ci fu mai più un “prossimo incontro”. Augusto venne a mancare poco dopo, privandomi dell’opportunità di poter attingere  ulteriori ragguagli sulla “solennità” di quelle pernacchie. Ciao, Augusto, quanto mi manchi.

 NOTA :

Il grande Totò, il “principe della risata”,così la definiva : “ La pernacchia, più che uno sberleffo come molti credono, è un suono, una nota musicale, una modulazione di frequenza. La pernacchia ha tanti scopi: deride, protesta, esplode come un urlo di dolore. Per questo ne esistono di molti tipi. Quella fragorosa, irriverente, oceanica, si fa contro l'arroganza del potente che ne rimane travolto. La pernacchia squillante è un suono gioioso che applaude la sconfitta di un rivale”. Non vi sembra di leggere un dotto resoconto giornalistico a commento della “colonna sonora” dell’indimenticabile comizio di Togliatti ?

 Ernesto Scura

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