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(pubblicato sul quotidiano “il Giornale” del 30 settembre 2020)

Per tutta la seconda metà di settembre e per tutto ottobre ed anche  novembre del 1943, davanti a casa mia, sulla strada statale 106 che attraversava il mio Comune, Corigliano Calabro,

ci fu il flusso ininterrotto  dei veicoli e dei mezzi corazzati della 5ª Armata americana e della 8ª  armata inglese, destinati a raggiungere il fronte che, ormai, si andava consolidando sulla “linea August” dove i tedeschi stavano allestendo le postazioni di una strenua difesa che dette molto filo da torcere agli alleati. Quei soldati, pur consapevoli dei rischi a cui andavano incontro in quella carneficina che fu la battaglia per la conquista di Montecassino, quasi  per un malcelato desiderio di non volersi tormentare al solo pensiero di  andare incontro ad una  probabile morte, ostentavano una spensierata  allegria e desiderio di contatti amichevoli con la popolazione civile che veniva largamente ricambiato. Prima del tramonto il flusso veicolare cessava per la ricerca dei posti più favorevoli al pernottamento e il piazzale, antistante casa mia, si prestava  dal punto di vista orografico pianeggiante e non in pieno centro abitato, ma in un sito periferico alberato. Ed io, appena decenne, non mi lasciavo sfuggire nulla di quegli episodi insoliti che ci facevano conoscere anche le abitudini alimentari degli inglesi che, crollasse il mondo, all’ora del tè, non rinunciavano al rito di preparazione e di degustazione di quella che è la loro bevanda nazionale. E ci fu la volta che una camionetta inglese che ospitava un colonnello e l’autista si fermò per il bivacco. L’autista aprì accuratamente e con zelo la poltrocina pieghevole, di tela, per il suo superiore che, una volta sistematosi, con il consueto flemmatico aplomb tutto anglosassone, si dedicò alla lettura di un libro, dopo aver accuratamente completato l’altro consueto rito, quello di caricare e accendere la pipa. Intanto, l’autista, si accingeva a preparare il tè e, predisposti pentolino,  tazze e fornellino ad alcol, aprì  la scatola metallica che conteneva il tè e,  con cura, si affrettò a richiuderla dopo il prelievo, onde evitare prolungate  esposizioni all’umidità dell’aria. Nel frattempo, mia madre, insieme con l’amica del cuore, la mia madrina di battesimo, Grazia Aceto, stavano  facendo là intorno i consueti quattro passi pomeridiani e, notato il mio interesse nell’osservare l’affaccendarsi del soldato inglese, incuriosite, si sono avvicinate e, anche loro, furono  attratte da quella procedura per noi inusuale se effettuata da un  militare,  e si soffermarono a studiarne le sequenze della preparazione. Il soldato, che fino a quel momento non aveva fatto trasparire alcun segno  di gradimento o di fastidio, appena terminate le operazioni, prima di servire  il té al suo colonnello, con molto garbo,stile e galanteria, si avvicinò e porse  due tazze di quella bevanda a mia madre e alla mia madrina che, più stupite che altro, balbettarono qualcosa che voleva essere un grazie. E non crediate che il colonnello non si fosse avveduto di cosa succedeva  intorno alla camionetta, compreso l’armeggiare del suo sottoposto. E, appena il soldato gli servì la sua tazza di tè, rivolse lo sguardo alle due “Ladies” e, con aria più che amichevole, accennò un sorriso di saluto e di compiacimento e, poi, con misurato distacco, si dedicò a sorseggiare il suo tè tra una boccata di pipa e l’altra. Ma anch’io ebbi la mia parte : una manciata di “biscuits”. Le due donne non mancarono di rinnovare i ringraziamenti e si allontanarono. Io non rinunciai  ad osservare gli ulteriori sviluppi di quel rituale che impegnò il sottoposto  fino all’allestimento della brandina per sè e per il colonnello, con ovvia predisposizione di zanzariere contro le punture di insetti.

 

Ernesto SCURA

 

 

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