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(Pubblicato sul quotidiano “il Giornale” del 04.09.2020)

Un mio “coevo”, ottantasettenne come me, Antonio Micalizzi, mi scrive una lunga lettera raccontandomi, quasi  un bisogno di esternare i  ricordi irripetibili di chi, adolescente, ha vissuto   gli   anni   del   conflitto   nell’oasi   di   un   convitto   indenne   dalla catastrofe   della   guerra:

   “La mia infanzia, dal 1942 fino ad Agosto del ‘45, la trascorsi a Cividale del Friuli, in un collegio per orfani di Camicie Nere (mio padre, già volontario nella guerra di Spagna, era caduto in Africa Orientale,   a   Gondar,   nel   1941).   Vi   frequentai   la   3°,    4°    e    5°    elementare.    L’Istituto, su una superficie di 13 ettari, comprendeva diversi fabbricati destinati a scuole elementari, medie, professionali, piscine, teatro, cinema,  campi sportivi ed un Istituto Tecnico     per  l’Agricoltura  che  oltre  alle  coltivazioni  curava   allevamenti di   mucche   ed   altro. Eravamo in 1100, con maestri, professori, assistenti, educatori e personale specializzato che ci seguiva in tutte le necessità. Come cibo avevamo la stessa razione dei soldati al fronte, per cui nessuno ebbe mai a lamentarsi.

Il 26 Agosto del ’45 a guerra ormai finita, noi messinesi (eravamo in 9 ) accompagnati da un affidabile civile, con lo zaino fornito di provviste, salimmo su un Dodge accodato ad una lunghissima colonna americana. Dopo 9 giorni lungo le strade disastrate, raggiungemmo il porto di Piombino da cui, imbarcati sull’incrociatore Garibaldi, potemmo, finalmente, raggiungere casa. Avevo appena 11 anni”. Ed io, cosa posso fare per ringraziarlo di quell’istruttivo racconto se non affidarlo a “Tempo di Guerra”, come generosa liberazione delle indimenticabili vicende di un adolescente. Ma non manco di fargli notare la “fortuna” avuta nel non essere coinvolto, proprio lì, a Cividale, contigua alla Jugoslavia di Tito, nelle stragi dei “partizan” titini, innanzi tutto, e a quelle, non meno feroci, dei partigiani comunisti italiani che, a guerra finita, dove vedevano fascisti, specialmente se innocenti, o figli di fascisti, ancor più innocenti e, spesso, anche partigiani non comunisti, come quelli della “Osoppo”, nella non lontana Malga Porzus, dove furono assassinati insieme col fratello di Pier Paolo Pasolini. E poi, sembra niente aver attraversato indenne, grazie alla presenza americana, il “triangolo della morte” Ferrara, Reggio Emilia, Bologna, infestato da cani rabbiosi assetati di sangue, senza nemmeno...un graffio. Grazie, Micalizzi, per essere sopravvissuto, e grazie per il bel racconto.

 Ernesto SCURA

 

NOTA :

I Partigiani operanti nel Nord-Est, quelli comunisti della “Garibaldi”e quelli non comunisti della “Osoppo” avevano ricevuto ordini dal CLN di dare precedenza alla liberazione di Trieste. E i comunisti della Garibaldi cosa fecero ? Fecero ...”fuori” quelli della Osoppo che non vollero seguire le disposizioni della Garibaldi che davano ordine di inquadrarsi nelle truppe del IX Corpus degli Slavi Titini e, invece di correre a liberare Trieste, corsero a “liberare “Lubiana. E Trieste, lasciata alla  mercé  della  furia  titina,  visse  40  giorni  d’inferno  quando  la  città,  ”liberata”  dai  titini,  fu sottoposta al terrore che ebbe come scopo preminente l’infame “Pulizia etnica” a furia di infoibamenti.

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