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(Pubblicato, in estratto, sul quotidiano “il Giornale” del 30 06 2020)


A giugno del 1943, superai gli esami di  ammissione alla scuola media, avendo fatto   la scelta di fare il salto, quarta elementare   prima media.

Questa scelta comportava il dover affrontare   quel difficile esame (allora, pur tra le mille  difficoltà della guerra, la scuola era ancora cosa molto seria), E  mentre quell’anno, in via eccezionale, chi aveva frequentato  la 5ª classe delle elementari, poteva accedere “per scrutinio” alla prima media. E la cosa si ripeteva per tutti i livelli scolastici, fino alla maturità, conseguendo, per “scrutinio”, i vari traguardi. Il decreto era motivato dalle difficoltà oggettive nella formazione delle commissioni d’esame, con la maggior parte dei docenti impegnati nei vari fronti di guerra. E, più che altro, il non poter garantire, agli esaminatori, il raggiungimento delle sedi d’esami, in tempo utile per le date stabilire, viste le difficoltà di trasporto create alle ferrovie dagli indiscriminati bombardamenti alleati. E non era da escludere l’eventuale interruzione degli esami scritti per improvvisi allarmi aerei che avrebbero creato degli inevitabili “fuggi fuggi” e, di conseguenza, avrebbero tolto qualsiasi garanzia di “sicurezza” sullo svolgimento degli esami.

Ciò nonostante, non crediate che quella “giubilazione” ingenerasse un danno alla serietà degli studi, in quanto quei ragazzi, in seguito, diventarono classe dirigente e professionale di un’Italia che ebbe la fortuna di avere un patrimonio culturale accumulato in anni di severità. Ed io, nelle more di affrontare i rigori di una scuola media improntata, ancora, sulla lungimiranza di Giovanni Gentile ed alle capacità di Giuseppe Bottai, vivevo nel terrore di ciò che mi aspettava: lo studio del Latino. E non avevo tutti i torti, se si pensa alle difficoltà a cui veniva sottoposto un “bambino”ancora decenne, qual ero, nell’impatto con l’analisi logica e la grammatica latina. La mia maestra pensò bene di cominciare a darmi i primi rudimenti di quella nobile lingua che, poi, in futuro, fu la componente più importante di una mia superiore valenza culturale nei confronti di quelli che quella lingua non hanno mai dovuto studiare. Seduti ad un tavolo, lei, pazientemente, iniziava col darmi i primi rudimenti della lingua di Virgilio, Catullo e Cicerone: Si cominciava col classico “Rosa, la Rosa” e poi, a seguire, Sicilia est insula; Sardinia est insula; Sicilia et Sardinia sunt insulae; E finalmente arrivai a capire l’orgogliosa ostentazione della frase “Mare Nostrum” e di “Urbi et Orbi” e, definitivamente, capii che Orbi non si riferiva ai...ciechi.  E se ora siamo qui, a scrivere di queste cose, con un tantino   di competenza, lo dobbiamo a Rosa=La Rosa e alla maestra che, per la prima volta, ce ne ha fatto delibare i risvolti culturali. A quella maestra, devo tanto. Non a caso, si chiamava... Rosa. Ed è per questo che, oggi, con rimpianto e tenerezza ne scrivo e invito a leggerne, come questa struggente poesia di Marino Moretti che, nel nome Rosa, invita a ricordare i passaggi più  significativi dell’adolescenza di quella generazione nella quale, perfettamente m’identifico, per le emozioni che suscita, e che   voglio riproporre alla vostra sensibilità.


Ernesto Scura

 


Elogio di una rosa

 

Rosa della grammatica latina

Che forse odori ancor nel mio pensiero,

tu sei come l’imagine del vero

alterata dal vetro che s’incrina!

 

Fosti la prima tu che al mio furtivo

Tempo insegnasti la tua lingua morta,

e mi fioristi gracile e contorta

per un dativo od un accusativo.

 

Eri un principio tu: ma che mi valse

Lungo il cammino il tuo gentil richiamo?

Or ti rivedo e ti ricordo e t’amo

Perché hai la grazia delle cose false!

 

Anche un fior falso odora, anche il bel fiore

Di seta o cera o di carta velina,

rosa della grammatica latina:

odora d’ombra, di fede, d’amore.

 

Tu sei più vecchia e sei più falsa: e odori

D’adolescenza e sembri viva e fresca,

tanto che dotta e quasi pedantesca

sai perché t’amo e non mi sprezzi e fori!

 

Passaron gli anni; un tempo di mia vita.

Avvizzirono i fior del mio giardino.

Ma tu, sempre fedele al tuo latino,

tu sola, o rosa, non sei più sfiorita!

 

Nel libro la tua pagina è strappata,

strappato è il libro e chiusa è la mia scuola;

ma tu rivivi nella mia parola

come nel giorno in cui t’ho declinata!

 

E vedo e ascolto: il precettore in posa,

la vecchia Europa appesa alla parete

e la mia stessa voce che ripete:

Rosa la rosa, rosae della rosa …


Marino Moretti

 

 

 

 

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