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Giovane laureato in ingegneria disdegnavo l’insegnamento ritenendolo degradante per chi, dopo anni di faticosi studi, voleva dedicarsi alla libera professione. Però qualcuno, a  mia insaputa, aveva inoltrato,a mio nome,una domanda d’insegnamento al Provveditore.

Durante l’anno d’insegnamento, qualcuno mi suggerì di  partecipare agli esami di abilitazione, per l’insegnamento di Costruzioni, ai geometri, ed io, sempre “di controvoglia”, mi  sobbarcai a partecipare a quegli esami, a Roma, che si tenevano al Palazzo dei Concorsi, e li superai. E poi,“di controvoglia” in “controvoglia”, esami su esami, in breve tempo, mi ritrovai docente di ruolo negli Istituti per Geometri  (solo dopo subentrò la pagliacciata dei corsi abilitanti, voluti dal Ministro Misasi, che assicuravano certezza del “posto” a tutti, purchè avessero già insegnato, per almeno due anni, quella materia). E sempre “di controvoglia”, ma con onesto impegno, feci il docente tenendo però di mira, costantemente, la mia preminente vocazione alla libera professione d’ingegnere. Riuscivo, sempre, ad evitare automaticamente la nomina a commissario agli esami di maturità per non sprecare i due mesi di giugno e luglio, che sono oltremodo preziosi per l’esercizio della professione d’ingegnere. Intanto si avvicinava il momento che avevo  scelto per mettere in atto la mia rinuncia all’insegnamento, con notevole anticipo sull’età massima prevista, però volli procurarmi la soddisfazione di partecipare, almeno una volta, agli esami di maturità, ma non in  Italia, bensì in una scuola italiana all’estero, il Venezuela. Peraltro quel tipo di trasferta viene retribuita al doppio rispetto a quelle sul territorio nazionale. E cominciò una delle più belle avventure della mia vita. La sede fu Caracas, che mitiga lo svantaggio del torrido clima tropicale con l’ ubicazione a 1000 metri sul mare. L’aeroporto è a quota mare. Appena usciti dall’aereo, il salto di temperatura, passando dall’aria climatizzata a quella dei tropici, a momenti mi faceva svenire. Poi, col  pullmino messo a disposizione della scuola ospitante raggiungemmo l’altura di Caracas e, alla fine dei  nove o poco più chilometri di percorso, era già buio, e si cominciavano a intravedere in  lontananza, sulle pendici della collina, tante luci per cui fui indotto a chiedere all’autista se quelle erano le luci di ville signorili dislocate sul pendio, e quello, sornione : “favelas, segnor, favelas”. Poi tutto fu chiaro. Caracas, città di contrasti stridenti, ostenta  i grattacieli più moderni al mondo ma anche le misere favelas che non son fatte,come in Brasile, di legno e lamiera, ma con muratura di mattoni forati, non intonacati, che ne esaltano lo squallore. Ma, quel ch’è peggio, mi si spiegò che quelle favelas venivano tutte edificate sulla grande golena di un “torrente”, che veniva presa d’assalto perchè ormai era considerata, paradossalmente, “terra di nessuno”. Però avviene che quel “torrente”,in occasione delle grandi piogge, diventa un impetuoso grande fiume in piena che tutto travolge e tutto porta via. E i sopravvissuti che fanno ? Come se nulla fosse successo, ricominciano a costruire nuove favelas, dove continuano a vivere  quei “desperados”che, però, non rinunciano al televisore e al frigorifero nel  quale, spesso, al suo interno, invece del latte, trovi le... scarpe, poichè svolge la funzione di armadio quando non pagano la bolletta della luce. Il rappresentante interno per gli esami era un architetto siciliano che si mise a mia completa disposizione e nel tempo libero mi portava a visitare la città col suo macchinone americano, di quelli molto  ingombranti  e divoratori di benzina. Un giorno passammo da un distributore di benzina e, fatto  il pieno toccandosi la tasca, disse:“ho lasciato il portafogli a casa, Ernesto, ti prego, paga tu”.Ed io, tra me e me: ”ma che figlio di... “ e pagai. Pagai, ma la cifra fu talmente ridicola, che dovetti per forza rimangiarmi le cattiverie che stavo per attribuirgli. Il Venezuela, grande produttore di petrolio, gode del vantaggio di avere il carburante a prezzi bassissimi. Poi venne il momento della gita che i genitori dei allievi della scuola offrivano a tutta la commissione. La meta era Canaima, nel cuore della foresta tropicale, che si può raggiungere solo in aereo, priva com’è di strade di collegamento. L’aeroporto consisteva  in un modesto fabbricato dirigenziale e,poi,una torre di controllo, il resto era solamente disegnato in bianco, a calce, sul terreno, con i riquadri: sala d’attesa, bagagli ecc. Il centro turistico era composto dal fabbricato centrale  con ristorante, amministrazione e servizi, mentre gli alloggi erano distribuiti in bungalow biposto. Capii che tutti, per timore reverenziale, cercavano di evitare come compagno di stanza il presidente della commissione, un anziano architetto docente della facoltà di Architettura di Firenze. Immediatamente, io mi offrii come compagno di stanza, e fu una felice scelta perchè, col dovuto tatto scoprii che era di spirito molto giovanile e quindi  rivelai a tutti gli altri la disponibilità del presidente a partecipare alle immancabili nostre “goliardate”. Poi fu organizzata una spedizione nel cuore della foresta tropicale, seguendo il corso del fiume Carunì, un gigantesco corso d’acqua, a sua volta affluente  del Rio delle Amazzoni. Percorremmo un lungo tratto a piedi, su sentieri che si inoltravano nella giungla, fino alla fantasmagorica cascata detta SALTO DEL ANGEL, che è la cascata più alta al mondo, e dopo un ulteriore breve tratto, raggiungemmo la savana, una sterminata pianura erbosa, che avremmo attraversato con due Jeep cassonate che Pedro, la nostra guida, teneva  lì parcheggiate. Quel giorno, però, una delle due jeep, non volle proprio saperne di mettersi in moto, malgrado i tentativi di Pedro e, quindi, fummo costretti, tutti, a montare sulla unica jeep funzionante, strettamente assiepati in piedi, nella cabina col tettuccio aperto e sul cassone. Un vero grappolo umano. Costeggiammo il Rio Carunì che, però, in quel tratto non era ancora navigabile in canoa, per via delle vorticose  rapide.

Giunti,finalmente all’ormeggio, salimmo a bordo della canoa, motorizzata, con al timone Ramon, l’aiutante  creolo di Pedro. Del nostro gruppo faceva parte anche una famiglia  spagnola composta da papà, mamma e due figlie, che  fraternizzò con noi e, piacevolmente, subì una “lezione” di lingua spagnola tenuta da me che dirigevo il tutto  come un direttore d’orchestra, aiutandomi anche col movimento delle mani e degli avambracci:

-El nigno esta jugando la pelota

-La nigna esta jugando col nigno 

E tutti a ripetere, italiani e spagnoli, in coro, come i  bambini della prima elementare, la “lezione” di ...lingua spagnola, da me “impartita”, e che tutti, italiani e spagnoli, trovarono oltremodo divertente.

E intanto la canoa giunse alla radura che Pedro aveva  scelto per il “bivacco”. E alcuni di noi decisero di fare  il bagno nelle acque del Carunì che hanno la particolare caratteristica di esser di color viola per via del tannino  emesso dalle radici della foresta. Prima di tuffarmi chiesi, ironicamente, a Pedro, se c’erano piragna, e lui, con altrettanta ironia: da quando vi ha fatto il bagno mia  suocera sono spariti i piragna. Nel frattempo Pedro e  Ramon allestivano il fuoco e gli “spiedi”, per arrostire  i polli che si erano portati nella valigetta termica. Il metodo era quella degli antichi indios :infilare i polli  su fruste ripulite della corteccia ed appuntite ad un estremo, mentre l’altra estremità veniva infilate nel  terreno morbido del sottobosco. La curvatura del fuscello, dovuta al peso dei polli, assicurava la giusta posizione sulla fiamma.

Al ritorno non mancammo di ammirare di nuovo quelle  favolose cascate spumeggianti che primeggiano, nel  mondo, per il notevole salto d’acqua (Quelle del Niagara hanno, invece, una maggiore larghezza). Il soggiorno a Canaima fu interessante per la presenza  di indios che il governo venezuelano conduceva verso  la civilizzazione con la  costruzione di un villaggio di  capanne, col tetto di canne, che ripeteva le tecniche e le caratteristiche delle loro abitazioni e, in più, con alcuni  comfort che loro non disdegnavano. E poi, la cosa più importante, l’istituzione della scuola. E la bambina che vedete tra le mie braccia, era appunto  uscita da scuola quando le chiesi di avvicinarsi e lei, di  buongrado, si avvicinò senza farsi intimidire. E mentre io spiegavo agli altri che gli indios usano intingere di un veleno, la punta delle frecce, che ha il potere di  paralizzare la vittima che ne è colpita, che si chiama “Curaro”..., la bambina, captata quella parola per lei tanto familiare, esclamò,annuendo: "curar, curar".

Dicevamo che Caracas è la città dei grandi contrasti  e fu appunto per questo che Il presidente della nostra commissione, peraltro esperto architetto, la definì, con  una punta d’ironia “Città kitsch” per quella mescolanza di stili architettonici che andava  dai moderni grattacieli, alle favelas e all’architettura dei “conquistadores”, in  stile spagnoleggiante, che caratterizza l’assetto urbano della città vecchia, primo insediamento di Caracas, il cui nome, allora, con rigore cattolico, era SantaFè de Leon. Oggi è il quartiere più pericoloso di Caracas. Gli edifici  più blindati sono, ovviamente, le banche e le gioiellerie, ma anche i negozi di alcolici, costretti a dover vendere, con le serrande rigorosamente abbassate, attraverso  una piccola apertura che consente solo lo scambio dei Bolivares (la moneta) con le bottiglie di alcolici che, per i tanti gaglioffi che vi ronzano intorno, sono la merce più pregiata, da...rapina, appunto. Stiamo parlando dell’anno di grazia 1981. Oggi, però, nell’anno di “disgrazia” 2020, le cose sono molto ma molto cambiate, in molto ma molto...peggio.

Ernesto Scura

 

 

nesto Scura

 

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