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di Ernesto Scura

Fresco di laurea in ingegneria,nei primi anni ‘60,  feci quel che facevano tutti i giovani laureati :  iscriversi nell’elenco dei “periti del giudice”onde   riscuotere quel primi pochi soldini che quel ruolo  comportava.

 Consapevole della “sacralità” di cui godevano e,purtroppo  ancora,e specialmente oggi,godono i magistrati,stavo molto attento a non provocare la  suscettibilità del giudice “nelle cui  mani” prestavo giuramento. Quindi atteggiamento compunto,niente mani in tasca,tono più che sommesso di voce e abbigliamento sobrio consono al“rito”. E,finalmente,giunge il momento  della “prima volta”in tribunale. Il contenzioso era tra costruttore e committente di un edificio. Il giudice cominciò a dettare,in enfatica forma aulica,i quesiti : “Dica esso perito (esso perito ero io) se il cemento utilizzato nella costruzione di cui è causa presenta le caratteristiche ...” Intervenni immediatamente,con tono molto sommesso,quasi sussurrato all’orecchio del magistrato : “calcestruzzo,giudice, calcestruzzo. Il cemento,quella polverina grigia,è soltanto uno dei componenti di quella miscela che si chiama calcestruzzo  che,poi,è il vero oggetto del contendere”. La replica fu stizzosa e immediata: “Lei,intanto,non intralci l’andamento della giustizia,e si limiti  solo a prendere nota. Sappiamo quel che scriviamo. Abbiamo studiato,noi!”.E già in quel “plurale maiestatis”c’era, tutta intera, la tronfia convinzione di onnipotenza della categoria. E mi ricordai,con terrore,di quella volta che,all’università, fui  pregato da un collega,di fargli da testimone,davanti al giudice, per denunciare lo smarrimento del libretto universitario,e poter   poi chiedere alla segreteria un duplicato. L’altro testimone,incautamente,aveva messo una mano in tasca. Fu prontamente redarguito con durezza per l’atto “irriverente”  e fatto oggetto di minacce (sottintesi arresti). Ma torniamo al “cemento”.Lasciai correre per quieto vivere ma, più che altro,per gli sguardi supplichevoli dei legali di entrambe  le parti in causa che,pietosamente,con sguardo implorante,mi suggerivano di non suscitare ulteriormente la stizza del giudice. Nella relazione di perizia mi guardai bene dall’usare la parola cemento,pur consapevole di non rispettare i termini del quesito che parlava espressamente di “cemento”.A rigor di legge,la mia relazione di perizia avrebbe dovuto essere invalidata oltre che dal giudice,anche dai legali delle parti in causa,per il  mancato  rispetto,con adeguata e fedele risposta,dei quesiti del giudice. Invece tutto andò liscio fino alla sentenza che,senza mai citarlo,  accettava, tacitamente il termine...”calcestruzzo”. A dimostrazione che,talora, l’ipocrisia può mitigare l’ostinazione. Ma non crediate che quel giudice abbia incassato impunemente  la mia “impertinenza”. Me la fece pagare al momento di liquidare la mia parcella che subì una decurtazione quasi del 50 per cento, giocando unicamente sul numero delle“vacazioni”,unità di misura  delle ore impiegate nello svolgimento dell’incarico. Quando chiesi  al personaggio il motivo di quel drastico taglio che mortificava in modo talmente grave il mio impegno professionale,gonfiò il petto, con una saccente aria di superiorità,che non ammetteva repliche, e sentenziò :”Perchè così è,e basta !”. Infatti la valutazione delle vacazioni è a indiscussa discrezione del magistrato che non ammette altro metro di valutazione che non sia quello che gli suggerisce il suo insindacabile personale “giudizio”. Per la magistratura le Tariffe Professionali redatte dall’Ordine degli  ingegneri,in base a valutazioni rigorosamente studiate,non hanno  alcun valore,anche se sono assunte a base legale di riferimento di  tutte le parcelle professionali,sia per opere pubbliche che private. L’onnipotenza dei magistrati è al disopra della concretezza con cui  esperti professionisti,in ogni settore,si sono adoperati nel valutare l’impegno profuso in ogni incarico. Figuriamoci se i magistrati,come sempre al disopra di tutto e di tutti,possono accettare le risultanze di studi elaborati da categorie... “inferiori”.E non finisce quì.  (continua).

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